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Prima pagina 23-2018Profeti
Nei racconti del Mondo Piccolo di Giovanni Guareschi, dalla cui penna nacque il personaggio di don Camillo, emerge prepotentemente l'immagine del "profeta", non come siamo abituati a coglierlo e a conoscerlo attraverso i testi sacri, ma più semplicemente in ciò che esso fa. Una figura alla quale ben si sposa la mitica battuta: "oggi è destino che accadano cose impossibili". E a voler bene guardare, di profeti ne abbiamo bisogno, non certamente profeti di sventura, ma persone in grado di trasmettere la Parola nei modi e con modalità particolari e agganciate al nostro tempo. E come per ogni profeta, dobbiamo mettere in debito conto della chiamata particolare e singolare, sarà "suscitato" dal Signore... Non ha importanza la persona. E a quel profeta, magari insolito e singolare, bisogna prestare ascolto. Quanti pretesti si inventano per non prestare ascolto a quelle parole. Se la persona si prepara coscienziosamente attraverso lo studio o si sforza di fare una lettura accurata, lo si accusa di intellettualismo. Se mantiene il discorso a un certo livello spirituale, viene incolpato di passeggiare tra le nuvole. Se scende su un terreno concreto, o addirittura sul piano sociale, si protesta perché svilisce la Parola di Dio e la contamina di preoccupazioni terrene. Se usa un linguaggio semplice, diretto, piano, si dice che "è di una povertà culturale desolante". Si permette una citazione sconosciuta? Si dice "risponde e segue le mode ideologiche, fa sfoggio di cultura... ma chi crede di essere e a chi crede di parlare?". Il fatto è che ciascuno giudica il "profeta" a partire dai propri gusti, dalle proprie simpatie o antipatie, preferenze o ripugnanze, esigenze specifiche o allergie. Ci si ferma su un dettaglio, meno su quello fondamentale: "in nome di Dio". Certo quel marchio di garanzia, il più delle volte non è visibile, né lo si può sempre accertare con assoluta sicurezza. Si vorrebbe ascoltare quella voce solo quando suona rassicurante, allorché dice le cose che uno ama sentirsi dire. Il "profeta" viene legittimato, in tal modo, solo se parla a "modo nostro", si fa interprete della nostra mentalità, e non quando pretende di farsi ascoltare a "nome di Dio", si fa espressione scomoda delle sue esigenze. Insomma, il "profeta" quasi come rappresentante sindacale del nostro benessere religioso, garante delle nostre mediocri abitudini. Non si vuole ammettere, o per lo meno mettere in debito conto, che il profeta viene da "altrove", e che in lui dobbiamo riconoscere, non le nostre idee, ma il punto di vista di Dio, sulle nostre faccende. Si ha la sensazione che, per molti, il profeta dovrebbe essere ritagliato sulle "nostre misure". Mentre invece lui è necessariamente ritagliato su misura delle esigenze di Dio. Difficilmente il profeta che va bene a noi, sta bene a Dio. Il profeta fatto a nostra immagine e somiglianza può esser tutto, meno che un inviato da Dio. Certamente al profeta non deve mai mancare un senso spiccato di onestà, decenza, pudore e rispetto per un messaggio che non gli appartiene e lo supera, e che necessariamente trascende dalla sua individualità. Il profeta non deve preoccuparsi di rendersi simpatico, di compiacere agli ascoltatori. Guai quando la Parola diventa pretesto per parlare d'altro, dar sfogo a risentimenti personali, trasmettere messaggi trasversali, far valere le proprie ragioni, ingaggiare polemiche astiose, attizzare beghe meschine, esibire mercanzie culturali e di dubbia provenienza. Profeta non è uno che vede il futuro; lui, piuttosto, vede il presente con concretezza e con una profondità spesso sconosciuta ad altri. Sa vedere oltre alle apparenze.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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