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Prima pagina 24-2018Domande e fede
Quasi non bastassero le nostre mille e una domanda, ci sono pure le domande di Dio, domande che Lui ci pone e dalle quali veniamo sollecitati e provocati a dare risposte. Da sempre l'uomo chiede spiegazioni, su tutto e tutti e, se cristiano, di fronte ai misteri dell'esistenza quali la vita, la morte, la malattia, la sventura, chiede spiegazioni anche a Dio. L'uomo protesta, si lamenta, si ribella, rimprovera in malo modo il Signore per le sue ingiustificabili assenze, e Lui, manco a dirlo, ci risponde replicando e chiedendoci del perché delle nostre mille e una paura. Di fronte alla pretesa di imprigionare Dio nella propria mentalità, nei propri calcoli, nei propri libri, nelle proprie definizioni, Dio se ne va. Dio non si lascia catturare dalle nostre ridicole ragnatele. Una fede tutta punti esclamativi e punti fermi, che tralascia i più tormentosi punti interrogativi, non è una cosa seria, e più che realtà è a tutti gli effetti una recita, una finzione. Le domande servono a noi, per far chiarezza nella nostra vita, nel nostro modo di concepirci e di pensarci come Chiesa, per trovare il senso di un cammino. Ma, paradossalmente, fra le domande che ci aiutano a percorrere un itinerario di fede, perché quando si parla di Chiesa non si dovrebbe mai dimenticare di essere in un cammino di fede al di là delle finanze e delle conduzioni più o meno oculate delle singole realtà organizzative, a fare un po' di luce sono proprio quelle che non ottengono risposta, che non hanno risposta. Dio è d'accordo che sgraniamo il rosario dei nostri mille perché, che cianciamo le litanie delle nostre questioni, perché finalmente possiamo arrivare al silenzio, all'adorazione che è propria del mistero. Per abitudine si continua a lagnarsi dei tempi e delle situazioni, ci si impegola nei paragoni rispetto al prima e rispetto a chi ci ha preceduto in un incarico, in una situazione, esprimiamo accuse e lamentele, quasi avendo il "carisma" della maldicenza, della deprecazione e della paura. Si critica ogni svolta, ogni riassetto organizzativo, il normale e provvidenziale evolversi delle nostre comunità, il loro modo di auto-comprendersi sono vissuti spesso come "ciclone" e sconquasso, se non come calamità. Ma perché non ci domandiamo se stia qui esattamente il punto centrale della faccenda? E se Lui si alzasse e ci dicesse: "D'accordo tutto, la crisi, la sofferenza, la prova, ma in quanto a fede come stiamo?". Quante finzioni, quante recite, quanta ipocrisia anche tra di noi. Certe immagini ci consegnano la Chiesa come una Barca, ma bisognerebbe chiederci con serenità se la "fede", che ci spinge e sostiene la nostra impresa, non sia vincolata alle nostre polizze di assicurazione per garantirci contro qualsiasi rischio. Se prima di "traversare" con la barca le nostre vite, non ci lasciamo prendere dalla mania di consultare accuratamente le previsioni del tempo per essere certi delle condizioni favorevoli, e soprattutto se partendo grazie ad un invito non riempiamo le nostre stive di vettovaglie varie, tali e tante da far sprofondare la barca. Fede dice novità, ma amare le novità non vuol dire essere nuovi, come l'esperienza ci insegna. Non ci illudiamo che bastino le novità a farci nuovi. Sotto il rivestimento delle cose nuove, ci portiamo dentro una miriade di cose vecchie che non si decidono a "passare". Certo la nostalgia del passato, che proprio perché passato non ritornerà mai più, può mascherare l'insicurezza, così il rincorrere le mode può essere segno di instabilità. E allora cosa fare, come barcamenarci? Condivido con voi un consiglio che mi ha dato recentemente il nostro Vescovo Francesco: "Essere in Cristo", che puntualmente significa accettare la vita che nasce dalla morte, accettare "l'antico" che fa esplodere e preannuncia la primavera e la resurrezione.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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