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Prima pagina 25-2018Fuori programma

Dobbiamo essere grati a quel dottore della legge, descritto in maniera generica nel Vangelo di Luca, che pone la domanda a Gesù: "Ma chi è il mio prossimo?". Una domanda apparentemente capziosa, che ha provocato e dovrebbe provocare una risposta che mette in luce uno degli aspetti essenziali e originali della carità cristiana. Una domanda concreta, all'insegna di "un fuori programma". L'inaugurazione della Cittadella della Carità, opera fortemente voluta dal nostro Vescovo Francesco, potrebbe rappresentare una risposta concreta alla domanda: chi è il mio prossimo? Una domanda che esige un necessario "spostamento" del nostro centro d'interesse. Un centro dove l'interprete non è l'io, ma chiunque si trovi sulla nostra strada bisognoso di soccorso, di comprensione, di amore. Il problema fondamentale per il cristiano non è quello di sapere chi è il suo prossimo, ossia gli individui che gli permettono di esercitare la carità, il problema essenziale è di "farsi prossimo", spostando il centro d'interesse dall'io agli altri. In parole povere, non si tratta di sapere chi devo amare, ma di renderci conto che tutti hanno diritto al nostro amore. Il "bisogno" è un titolo sufficiente per qualunque individuo ad avere il nostro amore e la nostra considerazione. La carità è necessariamente un "fuori programma". C'è in essa un elemento di rottura rispetto all'inerzia generale, alle convenienze sociali, agli interessi di bottega, ai condizionamenti della mentalità corrente, ai conformismi di ogni tipo. La carità comincia con un distacco, un venir fuori. Bisogna strapparsi dalla folla, uscire dalla propria casa più o meno confortevole, abbandonare la propria "parrocchia" con le proprie pratiche, le proprie regole e tradizioni, le consuete ipocrisie. Gesù nel Vangelo di questa domenica raccomanda a Giairo: "non temere, continua solo ad aver fede", ossia non rientrare, non lasciarti riassorbire, riannettere da loro, non aver paura della loro disapprovazione, non temere i loro giudizi, non ascoltare i loro suggerimenti dettati dalla ragionevolezza e da considerazioni umane. La carità è un accostarsi, un farsi vicino, "prossimo" a tutti specialmente a quelli che sono più lontani. L'amore cristiano elimina, o dovrebbe farlo, qualsiasi distanza, perché ci costringe a farci "prossimo" a chiunque incontriamo sul nostro cammino. C'è materia di riflessione, di esame e di rimorso per questo "fuori programma". Spesso ci accusiamo delle "mancanze contro la carità". Troppo poco. Le nostre colpe vanno ben oltre. C'è tutto un campo in cui le nostre omissioni, i nostri "reati di non amore" sono davvero enormi. Forse, ed è questo magari il problema essenziale, non ci abbiamo mai pensato: ma siamo soprattutto colpevoli di non "aver creato carità". Sì, perché non possiamo accontentarci di non "mancare contro la carità". Dobbiamo essere creatori di amore. Farci "prossimo". Una nuova sede, un centro di ospitalità particolare concepito e pensato dalla nostra Chiesa diocesana dovrebbero apparire ed essere un "fuori programma". Realizzato "dietro" le quinte. Se il cammino della carità prende l'avvio da un'iniziativa personale, e precedente, c'è sempre l'iniziativa di Dio, bisogna però consentire che sia Lui a strapparci dalla pelle l'abito delle apparenze, della rappresentazione. Non soltanto il vestito che gli altri ci hanno cucito addosso per eseguire la parte che la storia ci ha assegnato, ma anche quello che noi stessi indossiamo nella presunzione che sia quello adatto. Il "fuori programma" della carità esige una spoliazione totale. Trucco, vernice, maschera, incrostazioni delle abitudini: quanta roba c'è da togliere per essere "veri" davanti a Lui!
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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