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Prima pagina 29-2018Placida indifferenza
Alternativi. Contestatori. Rivoluzionari. Questi e altri simili aggettivi connotavano il mondo giovanile non più tardi di mezzo secolo fa. I giovani d'oggi sono invece molto diversi. Il furore anti-religioso ha lasciato il posto a una placida indifferenza religiosa. È capitato a me, e come a me credo a tanti sacerdoti impegnati in quest'estate, tra campi, route e chi più ne ha più ne metta, di osservare questi ragazzi: sono bravi, volenterosi. Su tanti aspetti migliori di noi che li abbiamo preceduti. Aperti, tolleranti, "nativi digitali" e quindi mentalmente elastici e cosmopoliti. Tuttavia anche per loro la fede religiosa rimane un discorso ostico, difficile. Non più di rottura, ma certamente di morbido e silenzioso congedo. Potremmo dire di "placida indifferenza". La fede è per loro narrazione carina, per molti versi anche apprezzata, non comunque fino al punto da fondarci sopra nientemeno che la propria vita. Più simile, la fede, a un reperto archeologico pure gradevolmente visitabile in qualche parentesi della vita. Ma poco più. Diciamo la verità: la nostra Chiesa avverte oggi un'"emergenza giovani" che pensavamo fosse propria solo dei Paesi di prima e più antica secolarizzazione. Al netto degli entusiasmi, tra l'altro tutti da verificare, per Papa Francesco e Madre Teresa, c'è un'intera generazione di giovani che rischiamo di perdere, e che di fatto abbiamo perso. Diciamo subito che la colpa non è tutta e neanche principalmente loro. Sotto accusa siamo noi adulti e anzitutto l'efficacia dei nostri circuiti educativi. La famiglia, per esempio, non educa più i giovani alla fede. Tolta qualche nonna volonterosa, disposta a sfidare i mugugni sospettosi della nuora emancipata, quasi più nessuno insegna ai bambini a pregare. Noi stessi preti siamo diventati timidi nella proposta, facciamo confusione fra autentica pedagogia della fede e semplice intrattenimento ricreativo. Lo schema classico dell'iniziazione cristiana lancia crescenti messaggi di inadeguatezza. Ci stiamo provando a riformarlo, ma non è facile, perché ci tocca far leva proprio sull'anello debole della catena sociale: la famiglia. E dobbiamo pure fare i conti con le risorse umane esigue dei catechisti, che non sono preparati per interloquire con il mondo dei genitori. Che sono adulti, non bambini. A volte manager, professionisti, persone culturalmente attrezzate ed emancipate, altre volte persone fragili, problematiche. Succede così che la galassia giovanile prende sempre più congedo dal mondo della fede. Piccoli atei crescono... Guai a noi, però, se cadessimo nella trappola del disfattismo. La potenza della risurrezione di Cristo non ha certo smesso di abitare l'annuncio del Vangelo. Occorre quindi stare sul pezzo, con fiducia e perseveranza. Lavorando ai fianchi i piccoli atei del nostro tempo, soprattutto nel dialogo a tu per tu, schietto e cordiale. Lì ci sono ancora margini per smantellare la loro "placida indifferenza". Che ha di solito basi argomentative piuttosto fragili. Mimetiche, più che realmente pensate; ripetute per inerzia (magari apprese sui social), più che fatte proprie convintamente. Insomma: piccoli atei crescono, pur senza i connotati classici di contestazione e di rifiuto netto dei loro padri. Ma ancora tanto, e bene, c'è da fare per andare loro incontro e riscoprire insieme con loro le ricchezze della fede.
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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