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Prima pagina 38-18Laico o cristiano?

L'uso che facciamo delle parole assomiglia allo scambio dei binari di Scalo San Lorenzo. Per chi non lo sapesse, lo Scalo San Lorenzo è il tratto ferroviario a poche centinaia di metri dalla Stazione Termini di Roma. Lì i treni in uscita da Termini si incanalano, e, a seconda di come è posizionato lo scambio, prenderanno la propria destinazione verso Milano o Palermo. Così accade anche per le nostre parole. Quando tendono ad un certo orizzonte di significati, prendono una deriva da cui poi faticano ad uscirne. E finiscono per dire il contrario di quello che intendevano. Prendiamo per esempio la parola "laico". Il termine, propriamente, risulta assai poco perspicuo a chiunque non sia avvezzo al lessico ecclesiastico. Se poi il vocabolo viene inteso come "chiunque nella Chiesa non è prete, né frate (o suora)", il varco è aperto ad una rovinosa congerie di significati. Non solo: infatti, il laico viene immediatamente definito una "sottrazione" da un presunto ideale compiuto (il prete), derivante da un'immagine piramidale e verticistica della Chiesa, secondo la quale il prete sta "sopra" e il laico "sotto"; e, quindi, il Vescovo è un po' meno del Papa, il prete è un po' meno del Vescovo, il diacono è un po' meno del prete, e il laico è un po' meno di... niente! Questa visione "gerarchica" della Chiesa è totalmente pagana, inodore e insapore se paragonata all'aroma e alla fragranza del Vangelo. Dimentica la importante e laicissima teologia neotestamentaria del sacerdozio comune di tutti i laici battezzati (Ebr 10,5- 6: "non hai chiesto olocausti né sacrifici, un corpo mi hai preparato"; Rom 12,1: "offrite i vostri corpi come sacrificio vivente: è questo il vostro culto spirituale"), e va a ripescare dalla pozzanghera del paganesimo la vecchia idea sacrale del sacerdote un po' sciamano e un po' fattucchiero, al quale rivolgersi per propiziarsi le grazie del Padreterno. Addio all'idea del "popolo sacerdotale" (1 Pt 2,9), per la quale il prete è, in fondo, solo un fratello che si dedica ad aiutare gli altri a svolgere il loro sacerdozio (Ef 4,12). Tutto gira in modo diverso se, allo Scalo San Lorenzo dei significati, il termine "laico" dovesse invece infilare il binario giusto. Che non è "laico=non prete", bensì "laico=che fa parte del popolo", nella sua derivazione dalla lingua greca. "Laico", quindi, è l'altro nome del membro del popolo di Dio, cioè del battezzato, del cristiano. É ovvio così che, in senso proprio, tutti siamo laici, e non cessiamo mai di esserlo. Le conseguenze della corretta calibratura semantica del termine "laico" appaiono dunque molto interessanti. Se tutti siamo laici, e qualcuno (il prete) è in modo del tutto speciale a servizio degli altri laici, quella piramide verticistica, di cui parlavamo prima, sussiste ancora, ma esattamente capovolta. La base ora sta in cima: ossia tutti i fedeli laici chiamati a seguire e testimoniare Gesù nella vita umana concreta (fatta di affetti, lavoro, festa, fragilità, dimensione politica, economica, culturale...), irradiando su di essa la luce dell'Evangelo. E il vertice sta sotto: ossia la cosiddetta "gerarchia", che il Papa paragona all'intendenza dell'esercito, che sta nelle retrovie e foraggia di viveri e munizioni la prima linea. Insomma, tutto rovesciato. O, se vogliamo, rimesso dritto. Se il treno della teologia del laicato, anziché verso Milano, viaggia verso Palermo, siamo ancora in tempo per invertire la marcia, e inforcare il binario giusto. Stavolta non sbaglieremo scambio, a Scalo San Lorenzo.
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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