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Prima pagina 42-2018La statua, la Madre, la nostra umanità

Metti un sabato come tanti e ti trovi a visitare la mostra dedicata alla statua della Madonna Assunta della Cattedrale al Palazzo vescovile; vedi facce commosse, sguardi che si perdono cercando di cogliere qualcosa che trascende. Si va oltre il valore artistico di una statua e, dopo esserti fermato dinanzi a Lei, ti rendi conto che le realtà più grandi, le consolazioni più vere quaggiù non si possono vedere né sperimentare. Devi crederle con la fede, dobbiamo aspettarle con la pazienza. Eppure dopo che hai notato, perché la guida d'onore ti ha fatto vedere i lineamenti, i colori che sanno di vera umanità, di vita, ti accorgi di aver ricevuto una preziosissima grazia, che fa meno amaro e più dolce il nostro vivere. Per noi, che abbiamo natura sensibile, riesce molto duro pensare a persone intensamente amate senza poter dare loro un volto e una fi gura. Ora, se pensando alla Madonna le diamo un volto "umano", provato dalla sua umanità, mani non perfette ma usurate per prenderci per mano e accarezzarci, e pupille lucenti per vederci; questa non è un'illusione fantastica del sentimento, ma è la consolante realtà che tutti possiamo ammirare e "riconoscere". Quella Madonna mi e ci aiuta a sentire la dolcezza che piove sul nostro vivere. La sua "vivacità", la sua "naturalezza" è quaggiù ma la si è fotografata nel momento in cui è in ingresso al Cielo. Ci sono ore, quaggiù, di gioia e di angoscia, di successo e di fallimento in cui ogni uomo è portato a dire: "Lo sapesse la mia mamma!", specie se magari quella mamma non l'hai più fisicamente accanto a te. Nessuna gioia è piena, nessun dolore è consolato, se la nostra mamma è assente. Una statua, la nostra Assunta, mi ha fatto cambiare opinione e convincimento: la sua naturalezza, la sua dolcezza mi ha convinto che Lei, la Madonna, lo sa. Il suo materno cuore di carne palpita di gioia e di dolore con il nostro cuore spesso inquieto, dubbioso, umano, forse troppo umano. Lei nell'atto di entrare in Cielo, è accanto a ogni suo figlio. Non c'è ombra di solitudine, non c'è lontananza, non c'è ostacolo che possa impedire a quella donna di starci vicino tutta viva com'era. Per un figlio non c'è gioia più grande di quella di sapere sua madre felice. E penso proprio che a Carpi ciò sia avvenuto. Se vogliamo bene alla Madonna come ad una madre, se per Lei abbiamo uno sguardo, magari incuriosito, di tenerezza e di stupore, il nostro vivere e sentire ha qualcosa di aggiuntivo e diverso: quello di sapere con assoluta certezza che Maria è felice, già tutta felice. Dalla pienezza di questa sua felicità Lei pensa e vuole condividere con noi tale pienezza. Ci vuole vicino a Lei forse e più di quei bei putti riportati all'antico splendore e naturalezza. La mania della velocità, con cui siamo costretti a svolgere la maggior parte delle nostre attività nella vita di oggi, provoca soprattutto la perdita del senso della meraviglia e dello stupore. La velocità e la tecnologia hanno certamente accorciato certe distanze ma rischiano di scavare una distanza sempre più grande da noi stessi. Incontriamo tutti, ma non incontriamo più noi stessi; non ci riconosciamo più, una volta posti dinanzi alla nostra stessa vita. Una statua può regalarci il dono della sapienza e ci aiuta a svegliare nel cuore la capacità sempre nuova di stupirci, di saperci ancora meravigliare ed esser pertanto sensibili dinanzi alle cose che ci circondano. Guardare al mondo, a ciò che ci sta accanto con occhi nuovi, innocenti, capaci di leggere messaggi che la fretta della vita ci impedisce di cogliere. E di questo debbo e penso dobbiamo ringraziare il Vescovo Francesco.
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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