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Prima pagina 44-2018Pluralismo dell'informazione: un valore costituzionale
Mentre per ovvi motivi legati ad importanti avvenimenti diocesani - l'ordinazione diaconale e successivamente il riposizionamento della nostra statua dell'Assunta in Cattedrale - abbiamo posticipato un messaggio concordato con la direzione della Fisc, organo di rappresentanza delle testate dei settimanali cattolici, è successo anche che la storica testata edita dai frati Il Messaggero di Sant'Antonio chiuda e licenzi otto colleghi giornalisti. Nonostante i tentativi posti in essere, negli ultimi anni, da parte della direzione del giornale di evitare questo triste epilogo, nonostante le ingenti perdite registrate in modo particolarmente evidente già dal 2015 e comunque in questi ultimi decenni. Drammatici i dati di bilancio che dicono di una crisi profonda del mondo dell'editoria: il bilancio 2017 si è chiuso con una perdita d'esercizio pari ad euro 2.725.000; aggiungasi il forte calo nella vendita di prodotti editoriali, in particolare la diminuzione del 25% del numero di abbonati alla rivista nazionale Messaggero di Sant'Antonio, la diminuzione del 34% del numero di abbonati alla rivista Messaggero dei Ragazzi, la diminuzione del 14% delle vendite librarie, la contrazione nella raccolta pubblicitaria del 22%, dati purtroppo in linea con il trend negativo che contraddistingue il mercato editoriale a livello italiano. Qualcosa sta cambiando nel Paese se il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell'ultimo mese ha sentito la necessità di ribadire più volte che l'informazione è un bene pubblico di rilevanza costituzionale. E che la libertà di stampa e la tutela delle minoranze richiedono il sostegno dello Stato. In un tempo in cui pare che tutto debba essere ricondotto alla legge di mercato, il valore del pluralismo nell'informazione torna ad essere al centro del dibattito. Qui ci interessa in particolare quello che dà voce ai territori, alle comunità, alle periferie, alle realtà decentrate. Sono i giornali di carta e sul web che raccontano una comunità, un'area ben definita del nostro Paese. Molte delle notizie che diffondono non arrivano mai alla ribalta nazionale. Sono i giornali diocesani che, come ha sottolineato papa Francesco, sono "voce, libera e responsabile, fondamentale per la crescita di qualunque società che voglia dirsi democratica, perché sia assicurato il continuo scambio delle idee e un proficuo dibattito basato su dati reali e correttamente riportati". Hanno una tiratura legata al territorio e svolgono una funzione indispensabile e preziosa nella crescita democratica della Nazione e consentono di essere consapevoli del tempo che si sta vivendo. Ancor più nell'attuale contesto comunicativo che avvolge tutti con sempre nuovi strumenti, veloci e persuasivi. Da quest'anno, dopo un lungo ed articolato lavoro a livello parlamentare e dei protagonisti dell'informazione tra cui anche la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), è in vigore la riforma del comparto editoria, che con regole chiare, trasparenti ed eque, sostiene l'informazione locale (carta e web) legata al no-profit e alle cooperative dei giornalisti. La notizia di questi giorni è che in Parlamento sarà discusso un emendamento alla legge di Bilancio, su proposta di una porzione della maggioranza al Governo, che rimette in discussione tutto questo, liquidando un tema vitale per il Paese. Tutto si può ridiscutere e migliorare, ma, per un comparto così significativo, delicato e complesso come la libertà di stampa e il pluralismo informativo, occorre un ascolto più ampio con coloro che sono coinvolti. Un cambio repentino della legge metterebbe a rischio anche i posti di lavoro di migliaia di giornalisti che sono radicati sul territorio. E non è immaginabile un Paese impoverito di queste voci, sarebbe privato di apporti fondamentali al dibattito sociale e civile. Verrebbe meno un'informazione credibile sempre sul campo al di là delle tante, troppe, fake news che proliferano.
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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