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Mi diceva un vecchio prete: "Credimi, il mistero più difficile da digerire non è quello della Trinità - non costa niente - ma l'Incarnazione. Capisci, chi accetta di avere un Dio sempre tra i piedi?...". Probabilmente aveva ragione. Troppi cristiani preferiscono andare a trovare Dio nella sua casa, piuttosto che farsi trovare da Lui nella propria abitazione miserabile, detestabile. Preferiscono rimanere in ginocchio per un certo tempo, e poi, una volta alzati, fare la propria strada senza il rischio di trovarselo accanto tutti i momenti. Certo. Un Dio sotto la "propria tenda", non ingombra, non disturba nessuno, mentre mettendolo e ospitandolo sotto il "proprio tetto" è cosa un po' più impegnativa. Rimanere con Dio sulle nostre belle montagne può essere bello e gratificante. Il guaio è che Lui ridiscende in fretta. Ci riporta sull'asfalto, al puzzo dei tubi di scappamento, alla folla che ti pesta i piedi. Non possiamo che rifuggire alla tentazione di essere "progettisti", rifuggire alla preoccupazione di costruire sempre una "casa" a Dio che, invece, è sceso sulla terra proprio per abitare nella casa dell'uomo. Onorare Dio, credendo magari di fare cosa gradita, costruendogli una casa, senza farsi sfiorare dal pensiero contingente che magari Lui vorrebbe tanto installarsi a casa nostra, nella nostra vita, nel centro dei nostri "affari" quotidiani è il rischio sempre attuale. Il cuore dell'uomo è il "luogo" preferito da Dio. E non è questione né di mattoni, né di metri quadrati. L'ospitalità che pretende è quella domestica. Ospitalità dell'incontro dove non è un'identità che pensa di affermarsi nella difesa e nella separazione, ma che aiuta a rendere "casa", luogo familiare ogni nostra famiglia, le nostre parrocchie "casa tra le case", ma soprattutto rende ogni persona capace di una relazione con gli altri.

Diocesi di Carpi

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