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Essere cristiani significa essere "esposti". Tutti hanno il diritto di ficcare il naso nell'appezzamento di terreno che ci è stato assegnato, per controllare se realmente e concretamente coltiviamo "a modo" un pezzetto di quel famoso Regno di Dio che reputiamo, talvolta, tanto lontano e questione che riguarda gli altri; se trasformiamo il deserto in terra fertile, oppure se ci preoccupiamo di darci una patente di persone perbene o di riempire il tempo libero con qualche lavoretto, non troppo impegnativo, non eccessivamente costoso, che potrebbe tornare utile, eventualmente, per l'aldilà. Se realmente e concretamente "facciamo" la verità o se ci accontentiamo di utilizzarla per qualche innocuo gargarismo. Tutti, cristianamente parlando, hanno il diritto di allungare le mani verso i frutti del nostro albero. Via. Con le strade invase dalle chiacchiere, i marciapiedi macchiati di sangue, le piazze contaminante da parole assurde, l'atmosfera avvelenata dall'odio e dal sospetto, è naturale, giusto, che la gente si rivolga a noi cristiani pretendendo dei fatti concreti di giustizia, pulizia, onestà, perdono, lealtà, coerenza, o anche soltanto capacità di riconoscere i propri torti. Sono le nostre azioni, e soltanto esse, che indicano che il nostro Dio è un Dio di giustizia, di misericordia, di verità e di amore. Purtroppo, ahimè, non è così, il nostro orticello produce delusioni a tutte le stagioni. É spesso ricco di promesse non mantenute, di attese andate a vuoto. I rimedi? Un po' di penitenza. Oh, avverto il risolino di compatimento. I sacrifici non sono "stravaganze", come pretenderebbe qualcuno. Mortificazione vuol dire "dare la morte" a tutto ciò che in noi, ostacola la vita. E questa operazione non è indolore. Ma resta il fatto che la penitenza, la mortificazione, pur nel suo aspetto austero, è per la vita, la vita che ciascuno deve realizzare come cristiano.

Don Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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