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Un bimbo con la maglietta rossa riverso sul bagnasciuga. Un bimbo di tre anni, si chiamava Aylan e arrivava da Kobane, località assediata dall'Isis. Un viaggio, speranze affidate ad un viaggio, a una fuga, finite in tragedia. Aylan non è il bambino con le mani alzate nel ghetto di Varsavia e neppure la bambina che fugge in Vietnam. C'è una fondamentale differenza tra immagini drammatiche: al momento dello scatto loro erano vivi. Abituati ai nostri selfie, pensiamo che tutto sia finzione, film, fiction, ma qui siamo davanti a un'enorme catastrofe umanitaria di fronte alla quale siamo seriamente interpellati. Quella foto ci richiama la sofferenza innocente, ingiusta di una vita "mancata". L'emozione, qualche lacrima, ma poi? Quella sofferenza è pugno nello stomaco, ci dovrebbe togliere il respiro e persino la parola. Che cosa si può dire ancora? Abbiamo sentito in questi mesi le diverse dichiarazioni sull'emergenza migranti, ci siamo chiesti varie volte come mai l'Europa fosse così lenta nel prendere decisioni. Abbiamo discusso sulla necessità o meno di accogliere queste persone rispetto al problema incessante di garantire lavoro alla nostra gente. Oggi quel bimbo, è ostaggio! Di chi dice che simili scene non sono tollerabili, che questi viaggi della disperazione devono essere comunque accettati. Ma è ostaggio anche di chi con foga urla che ciò che è successo deve essere evitato, non lasciando partire i profughi, ma aiutandoli laggiù. Così quel bambino diventa simbolo strumentale delle nostre discordie, delle nostre opinioni, delle nostre incapacità, della vergogna. Viviamo questi viaggi, come se dovessimo trovare il colpevole che sta all'origine di questo nostro fastidio. E il colpevole lo abbiamo trovato: è il disperato che scappa dall'inferno. E' lui che si permette di venire a disturbare l'equilibrio della nostra esistenza quotidiana. Ma è così difficile capire la disperazione di questa gente? Perché non siamo più in grado di capire che di fronte al nulla della violenza, della sopraffazione, c'è ancora chi dice che un domani diverso è possibile e che quindi si arrischia in viaggi drammatici mettendo a repentaglio la propria vita? È possibile che il fatto di non aver provato questa esperienza ci renda così insensibili? Siamo ammalati? Penso di sì, e di una malattia di cui difficilmente un medico possa diagnosticare le cure. È la freddezza del cuore! Quella foto di Aylan, le immagini di mamme disperate di cui non conosciamo il nome, riescono ancora ad arrivare al nostro cuore? Voglio sperare da cristiano, ancor prima che sacerdote, che ci siano ancora persone il cui cuore non sia del tutto pietrificato e che comprendano che Aylan non è solo un'immagine, una foto di cronaca. Seppur dura, quell'immagine ci aiuti a comprendere la disperazione e a mettere tutti i nostri interessi e la cura per l'uomo prima di altri interessi. Il mondo sul quale dovremmo contare e sul quale iniziare il miglioramento, è il nostro cuore! Per cambiare lo sguardo malato, non c'è altra via che cambiare noi stessi! Per fortuna nostra, l'uomo ha un grande ideale e un aiuto per andare dritti al proprio cuore: Gesù!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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