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Ci apprestiamo a festeggiare i nostri Santi e a ricordare i nostri cari defunti, e scopriamo per l'ennesima volta la necessità di focalizzarci sul senso profondo e cristiano di queste ricorrenze, che in parte hanno subito influenze, contaminazioni commerciali, talvolta di cattivo gusto. Non possiamo, a costo di sembrare fuori tempo, esimerci dal richiamare tutti, in primis le nostre giovani generazioni, alla necessità di comprendere fi no in fondo i valori da tutelare. Di fronte all'asprezza della contrapposizione a certe feste pagane è ovvio sentirsi ripetere dai nostri giovani, da qualche adulto, le perplessità dei contemporanei di Gesù, di fronte a Lui che si proponeva come "pane di vita": "Questo linguaggio è duro: chi può capirlo?" (Gv 6,60). Le perplessità di allora sono anche le nostre. I nostri giovani, i nostri ragazzi capiscono la Messa? Come la vivono (se la vivono)? Il linguaggio dei sacramenti, nella sua sobrietà austera e stilizzata, parla ancora alle giovani generazioni? L'impressione è che "fi -gli digitali", cresciuti a pane e smartphone fin dalla più tenera età, si trovino sempre meno a loro agio con i riti della Chiesa, a partire proprio da quello più elementare: la Messa. La Messa appare loro ingessata, codificata, ripetitiva. E d'altra parte non potrebbe essere altrimenti, poiché si tratta di un linguaggio simbolico, che cioè, attraverso la ripetizione di alcuni simboli pregni di significato (per esempio un pane spezzato e mangiato), invita a "levare lo sguardo", ad andare "oltre" l'azione rituale, fino a cogliere i significati a cui la Messa allude (e che vengono resi efficacemente presenti): Gesù vivo, presente, che ti dà vita. Il tentativo, anche lodevole, di rendere la Messa più vivace, più "sprint", più coinvolgente e interattiva, non può spingersi troppo oltre, salvo snaturarne il tratto simbolico, trasformandola in cabaret, avanspettacolo o fenomeno da baraccone, dove l'attenzione inevitabilmente non termina più al Signore, ma viene catturata dal prete-saltinbanco o dai canti strappalacrime. Ora, questo tipo di linguaggio simbolico, per essere capito e vissuto, richiede almeno due condizioni. Primo: l'attivazione dei sensi, in particolare l'udito, il mettersi in ascolto, e la vista, il guardare con attenzione, ma anche il tatto e l'olfatto, se pensiamo al profumo degli incensi o alla sensazione di essere toccati, nel rito, dall'acqua, o dall'olio, o dal pane ricevuto in bocca. Secondo: la capacità simbolica, ossia la capacità di andare oltre i segni che i sensi hanno intercettato, per cogliere i significati evocati dal simbolo, il Dio che ti purifica, il Dio che ti rafforza, il Dio che ti nutre. Ebbene, l'impressione è che i "figli digitali" proprio su queste due condizioni si trovano oggi come azzoppati. La rete, infatti, li abitua a un tipo di comunicazione quantitativa, che procede per accumulo di dati, ma non sviluppa, anzi rattrappisce, la capacità simbolica, cioè la capacità di approfondire, di andare oltre, di intuire significati. La comunicazione digitale, inoltre, non suppone l'attenzione, o la domanda, da parte dell'utente, ma la crea, sfolgorando con una tempesta di immagini e colori che hanno proprio lo scopo di catturare, il distratto e svagato navigatore. In questo orizzonte, che spazio c'è ancora per l'umile, modesta, disadorna Messa? E il suo linguaggio così scarno e impegnativo? Proposta: ripartiamo dai bambini. Abituiamoli a vedere, a sentire, ad attivare i sensi: un bosco che sussurra, un cielo stellato, un torrente che guizza fresco. Prima che il linguaggio digitale inibisca loro la capacità di stupore e meraviglia.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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