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Viviamo giorni di fede popolare. Chiese e cimiteri traboccanti di persone, lumini, coccarde per ricordare a modo nostro coloro che tra noi non ci sono più. Accendi la tv e ti rendi conto che Papa Francesco fa il pieno di partecipazione. E' l'Italia cattolica e parrocchiale. Quanti si chiamano fuori – genitori che non chiedono il battesimo dei fi gli; anticlericali militanti che domandano la cancellazione dai registri parrocchiali – sono ancora una e per fortuna minoranza. Tutto bene, allora? Smentita la profezia sul tramonto della fede popolare e della societas christiana? Mah! Il sospetto è che, grattando sotto la crosta del cristianesimo di apparenza e di facciata, un bel paganesimo continui a imperversare. Solenni liturgie e febbrili managerialità pastorali avvolgono una realtà dove si prega poco, ci si confessa mai, si litiga molto, si consuma uno scisma silenzioso sulle questioni morali. E, soprattutto, la fede pare non avere un granché di decisivo sul pensiero, il costume, la mentalità diffusa, gli atteggiamenti, i ragionamenti. Sedicenti cattolici, a volte senza neanche accorgersene, smentiscono abitualmente il vangelo e la tradizione della Chiesa, che si parli di convivenze o di accoglienza dei profughi. Talvolta liquidando la faccenda con un "è roba dei preti", comodo e di pronto uso (perché dispensa dal pensare), detto apertamente o sussurrato in qualche stanza nascosta. Insomma, dobbiamo sorridere o piangere? Ciò che viviamo è una primavera, l'Alfa, o l'inverno, Omega della fede? Persisterà il meriggio della societas christiana o verrà presto il suo tramonto? Dovremo abituarci al pensiero di vedere le nostre parrocchie chiudere i battenti, e magari sopravvivere come circoli "unici e di tendenza" di preghiera e spiritualità? Belli, neh! Certamente ottimi per i sopravvissuti alla marea anticlericale che storicamente ci ha toccati e per qualche psico-labile in cerca di appartenenza, ma non "di popolo". Lo sguardo di fede, carico di speranza e fiducia nella Provvidenza, tutto potrebbe, fuorché dispensarci dal tentativo di una lettura intelligente del nostro tempo. Possibilmente prima che il tramonto abbia a sorprenderci, col suo gelo e le sue oscurità. Non me ne voglia nessuno: per favorire nella nostra Diocesi l'incontro e l'aiuto reciproco è necessario tornare a sentirsi parte di una comunità. È ormai giunto il momento, e papa Francesco con la sua enciclica ce lo ricorda, in cui ciascuno deve provare a ragionare sulle vie più efficaci per mettersi insieme, per collaborare non considerando come un peso la rinuncia a qualcosa, ma un'opportunità per conoscere il tutto rappresentato dall'altro, magari diverso da me. Non si può rispettare e amare ciò che non si conosce, aldilà delle posizioni e di etichette varie.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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