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Stupore, ammirazione. Questi i sentimenti che ho esperimentato in occasione dell'apertura dell'Anno santo della Misericordia, non tanto per il rito, di per sé coinvolgente, ma perché mi è accaduto di entrare in contatto, seppur solo come sensazione, con l'ambiente fisico e spirituale della formazione dei futuri presbiteri che in quella serata hanno fatto un passo "concreto", reale verso il sacerdozio. Mi sono sentito toccato, da quella "sveglia" pronunciata dal Vescovo Francesco: la consapevolezza che non esiste vita cristiana senza l'unione con Gesù: senza di Lui, materialmente e spiritualmente non è possibile fare nulla. Di per sé, il cuore umano è incostante, sempre portato all'agitazione ed al cambiamento. Per questo, Cristo incoraggia i discepoli, già puri, a rimanere in Lui e a non abbandonarlo: occorre convincersi che tutto dipende da Dio e, dopo essersi persuasi di ciò, bisogna agire come se tutto dipendesse da sé, impegnandosi al massimo. Solo così, il "raccolto" può essere fecondo ... solo così è possibile fruttificare! Ciascuno prima si deve preoccupare di essere, poi di fare. Al di là delle apparenze, in ognuno dei cinque giovani Seminaristi è già acceso il fuoco di Gesù misericordioso. Come sarebbe bello, mi sono detto, se le comprensibili e appassionate grida di dolore, le proteste, le chiacchiere che si levano dalle comunità quando vien loro tolto un prete, magari il vicario parrocchiale, altre volte il sacerdote giovane e dinamico, qualche volta, purtroppo, il parroco stesso, fossero direttamente proporzionali all'impegno profuso dalla comunità diocesana per coltivare e sostenere le vocazioni sacerdotali. Sostegno nella preghiera, anzitutto, perché c'è da chiedere al Padrone della messe non tanto che non si stanchi mai di chiamare, quanto piuttosto che gli operai non facciano gli "gnorri", i falsamente timidi o i timorosi, chiudendo le orecchie e voltando le spalle al Suo appello. In secondo luogo il sostegno alle iniziative della nostra pastorale vocazionale con l'impegno delle idee, sensibilizzando se stessi e gli altri alla bellezza della vocazione sacerdotale, circondando di considerazione i "chiamati" e le loro famiglie. Già sarebbe un buon risultato la capacità di smentire sul nascere, al bar o aspettando il proprio turno dal parrucchiere, l'opinione sciocca ma ormai diff usa secondo la quale una vocazione, per una famiglia, debba essere considerata come una specie di infortunio, o di disgrazia, o di agguato del destino. In quei cinque ragazzi, uomini del nostro tempo, ho percepito il significato di "vocazione": il fascino di un amore che, come scintilla, raggiunge il cuore, affascina, chiede una risposta con tutta la vita. Dentro la storia di ogni vocazione si può scorgere la forza delle parole di Gesù: «Rimanete in me». Non è costrizione, non è plagio, ma invito che ha tutto il valore di una offerta di fedeltà e di amicizia da parte del Signore, prima che risuonare anche come richiesta di un impegno totale per sempre. Quel "Rimanete in me" diventa allora anche nel tempo del Giubileo della Misericordia una possibilità, dono e grazia, di nutrirsi di Cristo assorbendo la sua mentalità, la sua carità, la delicatezza ed insieme la tenace fedeltà nell'incontrare ogni persona per condividere oggi il cammino della fede battesimale. Si voglia o no, attraverso questa consapevolezza ciascuno potrà scorgere quella Misericordia che continua a chinarsi su ciascuno di noi. Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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