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 Nel corso dell'incontro avvenuto con gli operatori della comunicazione con il Vescovo Francesco, si è percepita, almeno per chi vi scrive una gran voglia di normalità. Ossia, voglia di una fede talmente "miracolosa" nella sua normalità da non aver bisogno del supporto del miracolistico. Voglia di normalità! Ossia il desiderio che si realizzino le opere che mancano terribilmente alla gente nata all'ombra del campanile delle proprie chiese. Il desiderio che chi compie qualche opera buona, non passi il suo tempo a raccontarla, farla sapere. Voglia di normalità, ossia voglia di incontrare delle persone più che dei personaggi. Nostalgia delle belle maniere, del rispetto per gli altri. Attesa di un buongiorno che voglia dire veramente buongiorno. Voglia di pulizia, decenza, discrezione, equilibrio, moderazione, senso della misura e perché no, di buonsenso! Nemica del ritorno alla normalità è indubbiamente una certa enfasi, anche in campo religioso. Per ritrovare quel senso e quel ritorno alla normalità, per ritrovare la nostra genuinità per recuperare la sostanza, c'è una strada "in salita", da compiere! La storia recente della nostra terra, ci insegna che la familiarità illusoria delle sole "discese", di percorsi pianeggianti lascia un po' tutti con la bocca asciutta. Quando la strada ha preso a salire, tanti di noi hanno dimostrato di tenere il fiato corto, ritrovandosi con le cosiddette gambe tagliate. Allora si è assistito e si assiste a imprecazioni, lamenti ad abbandoni prendendosela con tutto e con tutti meno che con la propria fragilità, l'insufficienza del proprio equipaggiamento interiore, la propria spiritualità, con le proprie scelte. La vera felicità, si voglia o no, sta nella normalità. La felicità è a portata di sacrificio... Il prezzo del sacrificio è l'unico che indichi il valore reale di una cosa e quindi, permetta di apprezzarla goderla veramente, farla propria. Non è il denaro, infatti, che garantisce la proprietà. Una cosa posseduta esclusivamente grazie ai soldi, non è mia. L'unico titolo di possesso valido è quello rappresentato dal sacrificio. E il sacrificio è il prezzo che paga la persona, e non può essere delegato al portafogli. Già. Noi siamo ormai abituati a quantificare tutto in termini di numeri. Facciamo finta di ignorare che la persona non è, innanzitutto, una "macchina" da acquistare, ma può essere l'altra "macchina": quella di cui bisogna privarsi. Forse, chissà, il viaggio verso la normalità che si auspica e si pensa possa realizzarsi nei prossimi mesi, ci consegnerà qualche "capolavoro" in più, aldilà della restituzione giusta, doverosa di edifici ai quali siamo legati. Capolavori umani di carità e di attenzione condivisi, se tutti noi, prima di pensare a ciò che potremmo riavere, ci mettessimo a calcolare con estrema onestà, il prezzo che siamo disposti a pagare per realizzare qualcosa di buono, vero, libero nella vita.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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