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C'era una volta il sacrificio! Nella recente legge licenziata al senato riguardante le unioni civili, si è stralciato l'obbligo della fedeltà. Fedeltà che da sempre è considerata, a torto o a ragione, un sacrificio. Il sacrificio non era considerato un corpo estraneo, un odioso esattore di fatica, rinunce, serietà, solitudine, difficoltà, al contrario il sacrificio era accettato come un prezioso, necessario, affidabile alleato per raggiungere determinati obiettivi nella vita. Non era possibile "arrivare" senza sacrificio. Il risultato non era "pieno" se mancava questo ingrediente fondamentale. A voler ben guardare, oggi il sacrificio si presenta ancora lungo tutte le strade, quasi ad offrire la propria compagnia insostituibile. Ma si preferisce ignorarlo, scansarlo, manco fosse un compagno dal nome impronunciabile. Pur di evitarlo, si imboccano pericolose scorciatoie di facilità, come si è visto per il travagliato iter legislativo di questa leggina. Più che ricorrere ai servizi del "sacrificio", si preferisce affidarsi a poco qualificati trucchi, astuzie, raggiri, inganni. Mentre lui, "il sacrificio", non offire agevolazioni, sconti, tagli, prezzi tipici del supermercato del "secondo me...". La scuola del "sacrificio" è una scuola severa, esigente, a volte intransigente. Vi si praticano esercizi che concorrono a irrobustire la spina dorsale delle persone. Purtroppo c'è gente che, pur di sbarazzarsi di quel nemico, mette mano al portafogli, assoldando il killer o l'idea di turno che s'incarica di togliere di mezzo la responsabilità, l'esserci nell'oggi difficile. Poco appetibile, il sacrificio è visto come nemico della gioia, impedimento e intralcio alla strada della Felicità. Certamente il progresso, anche e soprattutto tecnologico, offire a ciascuno di noi una vasta scelta di comodità, e quanto più avanza il progresso e si diffonde il benessere, tanto meno c'è spazio per lo spirito del sacrificio. Ma occorre ritrovare la "normalità" del sacrificio anche e soprattutto nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Sì perché il sacrificio non è qualcosa di "eccezionale". E' la regola, la legge per tutto ciò che di bello, di vero, di valido si intende realizzare nella vita. Ribadisco quanto già detto in un mio precedente editoriale: la vera felicità non è mai a portata di mano, vero è che la felicità è a portata di sacrificio. Resta da precisare, sempre a proposito della leggina sulle unioni civili, quali siano i costi. Il prezzo del sacrificio è l'unico che indichi concretamente il valore reale di qualsiasi impresa, e quindi permetta di apprezzarla, goderla veramente, farla propria. In un mondo dove si è abituati a quantificare tutto, a fare le somme di ciò che si ha e non si ha, potremmo pensare di riuscire a realizzare qualche capolavoro umano in più, se tutti noi, non ci mettessimo solo a pensare a ciò che potremmo guadagnare (repetita iuvant!). Molti di noi sono capaci di partenze a razzo, specie se dobbiamo contestare la nostra Chiesa, ma strada facendo dimostrano che non hanno l'energia sufficiente per la durata, non sono attrezzati soprattutto con il cuore per lo sforzo prolungato, la prova e la resistenza. Il problema, come sempre, non è lo strappo iniziale, bensì la capacità a resistere, superare i "se" e i "ma" nemici del sacrificio e della stessa felicità.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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