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Che i tempi siano cambiati circa il modo di concepire il senso del generare è palese: il figlio non risulta più "atteso", ma è frutto di un preciso "desiderio". Se prima il figlio era considerato un dono di Dio o della natura, il frutto dell'amore coniugale, un "lieto evento" anche quando era inatteso, visto ciò che sta succedendo d'ora in poi non potrà che essere il risultato di una volontà espressa, di una programmazione e dovrà far parte di un progetto studiato nei minimi particolari. E il dono? L'uomo della riconoscenza è l'opposto dell'individuo che rivendica, pretende, reclama e alla fine conquista, anche e soprattutto un figlio, una paternità. La gratitudine nasce, si voglia o no, dal senso di debito, ossia dalla consapevolezza non di "ciò che mi è ", ma di "ciò che ciascuno deve". La consapevolezza del debito impone all'uomo di superare i propri interessi, le proprie rivendicazioni, per arrivare al senso del dovere, della coscienza, dell'obbligo, del sacrificio, della fedeltà. Occorre, in quest'ottica, mettere sotto i piedi ogni e qualsivoglia orgoglio, accantonare l'attitudine ad acquistare senza essere sfiorati dal sospetto che qualcosa ci è richiesto, che ci viene chiesto di meravigliarci, adorare, rispondere. Deve nascere, insomma, la consapevolezza di un debito "esistenziale". Ciò che abbiamo, ciò che siamo, lo dobbiamo! Recita il salmo 116: "Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?", ecco la radice ultima e il senso ultimo del "dovere". Io devo qualcosa a Qualcuno. Io devo qualcosa a tutti! Se uno non si sente debitore, potrebbe essere un onorevole o un personaggio osannato dalle piazze, nella vita accamperà sempre e soltanto dei diritti, delle pretese e conseguentemente sarà assai poco amico del dovere. Non sentirà il dovere di contraccambiare. Mi spiace ma chi non ama il dovere di sentirsi dono e parte di un dono più grande, non possiede il senso della grandezza e della preziosità della vita. Soltanto il senso di finitudine porta all'apprezzamento che conduce alla gratitudine e quindi al dovere. Non un dovere opprimente. Ma un dovere gioioso! Un ultimo aspetto della gratitudine è il rispetto. L'uomo dice grazie quando evita di violentare la natura, turbarne sfrontatamente l'equilibrio. Siamo di fronte a un processo di privatizzazione della generazione. Generare un figlio non è più una questione che riguarda la collettività, ma i singoli e i loro desideri. A un bambino andrebbero garantite le condizioni migliori perché si senta parte di una famiglia che lo ha accolto come dono, e non dovrebbe sentirsi invece oggetto del consumo relazionale di chi lo ha rivendicato come un diritto. Un figlio è sì il frutto del desiderio, ma frutto di un desiderio "sacro", figlio dell'invocazione che fa alzare gli occhi al cielo e aprire il cuore al mistero di una nuova vita che merita il nostro amore senza condizioni.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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