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In ciascuno di noi l'istinto di giudicare è radicato in profondità. Non me ne voglia nessuno ma oserei dire che nasciamo tutti equipaggiati di una scranna di giudice. Nei mille commenti registrati e ascoltati in questi giorni, rispetto al delitto efferato che ha visto coinvolti tre giovani a Roma, abbiamo ascoltato psicologici, sociologi, commentatori che hanno definito questo atto come l'espressione del senso di onnipotenza che, insieme alla droga e alla noia, diventa micidiale. Pur non essendo un esperto criminologo, né tanto meno psichiatra, penso che alla base di tutto ci sia un black-out, un'incomprensione rispetto a ciò che intendiamo rispetto alla banalità. La banalità di pensare che tutto vada provato, che l'esperienza è quella che conta e che facendo "esperienza" tu cresca per affrontare il domani. In realtà dobbiamo renderci conto che questo correre, questo permettere tutto per "accrescere" esperienza e competenza, ci consegna al vuoto. I limiti sono parte di noi. Il limite è possibilità di vita, e non qualcosa da cui liberarsi. E se non capiamo questo, rischiamo com'è successo di fraintendere. Fraintendere l'ultimo respiro di qualcuno del quale tu provochi la morte, con la prova dell'annullamento di ogni limite, fosse anche quello della vita. Incomprensione e banalità. Una banalità che esplode in tutta la sua violenza, negli atti che compi e che ti trascinano nel baratro. In questa vicenda disumana, dobbiamo ritrovare l'esigenza di un "supplemento di cuore". Penso che la nostra vita cristiana debba assicurare precisamente questo supplemento di cuore attraverso la misericordia, che in fondo è l'espressione più evidente dell'umanità di Cristo. Se l'uomo ha abolito praticamente le distanze spaziali, dobbiamo renderci conto che lo stesso uomo ha scavato grazie a questo senso della banalità distanze abissali tra i cuori: solitudine, anonimato, estraneità. Ecco. Mi pare che in questo aspetto agghiacciante di disumanizzazione della nostra civiltà, si inserisca la sfi da e quindi l'attualità della misericordia. Misericordia vuol dire "prendersi a cuore la miseria", e chi più di questi ragazzi è limitato, squallido, spregevole, misero? Ma proprio loro hanno bisogno e diritto di trovarsi accanto cristiani equipaggiati di umanità. Cristiani dotati di sensibilità, capaci di comunicare che, anche in situazioni impossibili, Dio si occupa di loro. Essere cristiani, oggi, significa avere non soltanto il coraggio della propria fede ma anche il coraggio del proprio cuore. Alla fi ne della Santa Messa, il prete congeda con la formula "La Messa è finita: andate in pace". Anche in queste situazioni dolorose, drammatiche, inconcepibili, l'altare delle nostre messe rimane un punto di partenza. Ma la nostra missione non è compiuta. Celebrare l'Eucarestia, oggi più che mai, significa assumersi l'arduo e duro impegno che viene assolto "dopo" un lungo cammino. Significa continuare, significa rendere tangibile che il nostro Cristo non è venuto per "stare al riparo".

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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