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Ringraziare, dire "grazie", è un gesto, una parola quotidiana, quasi elementare che ci viene inculcata sin da piccini da mamma e papà. Un gesto che facciamo spesso e sovente come un automatismo, quasi sovrappensiero, come salutare e chiedere scusa. Ringraziamo per un favore o un'attenzione ricevuti da una persona che ci è vicina, per un dono inaspettato, specie quando di quel dono abbiamo bisogno. Penso sia doveroso ringraziare il Vescovo Francesco per il gesto e per la testimonianza nel suo recente viaggio ad Erbil nel Kurdistan iracheno. Dicendo grazie, esprimiamo un sentimento, la gratitudine appunto, che ben sappiamo essere più ampio e più profondo della stessa parola "grazie", che lo esprime. Per la sua visita, le immagini, gli interventi fatti in quella terra martoriata a nome anche della nostra comunità diocesana, il sentimento è così vasto ed emotivamente travolgente che la parola del ringraziamento non basta, o non è sufficiente, e sentiamo il bisogno di stringerci intorno a lui. Normalmente siamo grati a chi ci ha dato la vita, a chi ci ha cresciuti, a chi ci ha protetti nei momenti di difficoltà, a chi ci ha reso autonomi nella vita insegnandoci "a stare al mondo", con un'identità, con un lavoro, con un'educazione, con la dignità, ma ci dimentichiamo di questo sentimento di gratitudine verso chi viviamo come "estraneo", magari lontano ore da noi, e compie gesti che non ci riguardano direttamente, ma un'intera comunità. Sacrifici, sofferenze, morti, spesso "spiattellate" in aridi telegiornali che ci coinvolgono per qualche ora, per qualche giorno, ma che poi vengono mandati nella soffitta della nostra memoria. Nelle prossime settimane avremo modo di conoscere l'esperienza, il reportage di questo viaggio umanitario del Vescovo Francesco, ma già da ora sono mille e più i doni che questo viaggio ci dà e grazie al quale probabilmente ri-scopriremo chi siamo; basta poca riflessione per farci sentire in debito di riconoscenza verso queste persone lontane fisicamente, ma vicine più che mai nel nostro sentirci cristiani. Essere pastore di una Diocesi porta con sé il sentirsi partecipe, amare la propria gente, la propria Chiesa particolare, senza però dimenticare di essere e di incarnare quello spirito religioso che ci lega alla Chiesa universale e nel sapersi e sentirsi creature di un Eterno che trascende limiti spaziali e temporali. L'autore russo del memorabile "Il dottor Zivago" scrisse che "quando un grande momento bussa alla porta della nostra vita, spesso è più silenzioso del battito del nostro cuore ed è molto facile mancarlo", per questo è importante stare in ascolto, più che parlare, e comprendere che anche un viaggio verso coloro che consideriamo fratelli lontani, è un seme gettato nella coscienza e nell'anima di ciascuno di noi. E chissà, che come il vento che trasporta migliaia di semi, così il flusso del tempo rechi in sé germi di ritrovata vitalità spirituale che si posino nelle nostre vite e nella volontà di ciascuno di noi. Grazie Vescovo Francesco!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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