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Il dato certo è che il lavoro in Italia manca. Una scarsità che porta sempre più persone, impaurite dalla prospettiva di perderlo o di non trovarlo, a condividere l'idea che nulla sia più come è stato finora: dignità, diritti, salute finiscono così in secondo piano. Si tratta di una deriva preoccupante messa in moto dal perdurare di una crisi economica stabilmente severa, da una disoccupazione che tocca diversi segmenti anagrafici e demografici, i giovani, le donne e gli ultracinquantenni. A ben vedere, anche i lavoratori hanno una responsabilità con la quale fare i conti: il lavoro, che ci sia o meno, deborda, invade le vite delle persone, appiattisce il senso dell'esistenza, così che chi non aderisce a questa logica viene scartato, rifiutato, espulso. Ecco la responsabilità che tutti ci troviamo a condividere: l'incapacità di fermarci e tendere la mano a chi è rimasto indietro. Intimoriti e atterriti da un mondo che non offre certezze, scivoliamo nel disinteresse per il destino dei nostri fratelli e così facendo perdiamo la nostra umanità, divenendo individui che esistono senza trascendenza e senza legami sociali. Ci siamo lasciati rubare la libertà perché l'abbiamo ridotta alla semplice e vana soddisfazione degli istinti individuali. Non siamo più capaci, di fraternità, quella "gratis", quella che costruisce e irrobustisce le relazioni, quella che costruisce il futuro, quella che dà senso alla vita e ci riempie il cuore di gioia, quella che ci fa sentire vivi e ci fa sentire utili a chi ci sta vicino. Abbiamo dimenticato che alla radice di una vita realmente fraterna, c'è il contenuto, osiamo dire sociale, della Buona Notizia, perché nel Vangelo sono essenziali la vita comunitaria e l'impegno con e per gli altri. Abbiamo dimenticato che la vita di Dio è "uscita da sé" verso l'altro e che solo nell'uscire da noi stessi realizziamo pienamente la pace, nella dignità. La Chiesa non può accontentarsi di un sostegno materiale temporaneo, pur necessario, ma deve immergersi in tutto ciò che è umano, come costantemente ci invita papa Francesco. C'è un dubbio che ci riguarda tutti: facciamo fatica a sentirci uomini, con la "U" maiuscola. Perché ci siamo lasciati rubare il pensiero e, con il pensiero, la dignità di sentirci partecipi del disegno della Creazione e della Città dell'Uomo. Eppure c'è da incantarsi. Incantarsi è operazione diffidata, verbo in sospetto, tant'è che ti puoi sentire dire, e magari a rimprovero: "Non incantarti, muoviti, qui non c'è da perdere tempo". Incanto come perdere tempo. Perdere tempo perché ti incanti davanti a Dio, o all'altro, o alla vita. Ma quando succede, tu magari non lo sai ma ti stai guadagnando la beatitudine del Vangelo, quella degli occhi: "Beati i vostri occhi perché vedono" (Mt 13,16) Se gli occhi sono vuoti, tutto è vuoto. Sembra di cogliere un invito per ciascuno di noi. Un invito a passare nella storia, anche nei momenti bui, guardando cielo e stelle che ti raccontano che la donna o l'uomo che incroci, la città che attraversi, sono nel ricordo di Dio, sono nella sua visita. Anche oggi. A dispetto di quello che tanti di noi pensano e conseguentemente agiscono. Abbiamo dimenticato che siamo amati gratuitamente da Dio per essere aperti nel dare e ricevere amore in una relazione fraterna con l'altro, che non può mai esserci sconosciuto. Quando Gesù annuncia il Regno di Dio, fa riferimento ad una umanità che sa vivere in verità, giustizia, fraternità, pace, nella dignità. Gesù ebbe modo di pronunciare: "voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra". Allora convinciamoci di queste precise responsabilità: questo mondo ha bisogno di un po' di gusto e di un po' di vista rinfrancata, portata da ciascuno di noi in mezzo a tanto buio e a tanta nebbia. Siamo pochi? Senza nessuna presunzione, qualcuno di noi, sappia offrire senza se e senza ma, un po' di sapore e un po' di luce.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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