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Il mese di maggio è il mese in cui in tante nostre parrocchie vengono celebrate le prime sante comunioni, e le sante cresime. Talvolta esse si presentano come vere e proprie feste, celebrate, partecipate, che riempiono anche il cuore del sacerdote di gioia e di soddisfazione. Ma è triste, ed è ormai un'amara consuetudine, vedere questi ragazzi accostarsi ai sacramenti "soli". E, ahimè, così facendo noi adulti, i genitori, ci rendiamo colpevoli di furto: lasciamo mancare la santità, legata strettamente al nostro battesimo, necessaria all'equilibrio del mondo. "Rubano" quei praticanti che si limitano a praticare. Ossia vanno in chiesa quando è strettamente necessario, ma si comportano come consumatori passivi di prestazioni religiose. Sono dimissionati, allergici a svolgere ogni qualsivoglia ruolo attivo nella comunità, mai disposti a collaborare, salvo a rivendicare il diritto di criticare quelli che si impegnano e si danno da fare. Padri e madri, che non pregano in famiglia, negano ai figli un elemento più indispensabile per la loro vita! Ho conosciuto recentemente un distinto signore, si fa per dire, il quale invece di passare all'edicola, si recava regolarmente ogni settimana in chiesa per arraffare il nostro settimanale e altre riviste e pubblicazioni varie, senza prendersi il disturbo di versare l'obolo indicato. Alla mia riprovazione e osservazione ha replicato che, in fondo, era il prete che doveva ringraziarlo perché lui si impegnava a leggere "la buona stampa"! Rubano i cristiani che tolgono furtivamente il Vangelo, lo svuotano quando non praticano il perdono, non sono operatori di pace, non si oppongono a divisioni e a intolleranze che girano tra le nostre vie e le nostre piazze. Quando non rendono visibile la cosiddetta "civiltà dell'amore" auspicata anche da un carpigiano doc, come don Zeno, che combatteva la violenza, la ghettizzazione con la mitezza, contrastava gli egoismi di ieri che sono anche quelli dell'oggi, con la vera e reale carità. Diciamo di credere ma, invece e spesso, calcoliamo. Diciamo fede e invece esprimiamo con le nostre titubanze paura. Diciamo verità, ma intendiamo la "nostra" verità, diciamo perdono ma non siamo capaci di dimenticare. Diciamo, magari a dei bambini inermi, conversione, ma intendiamo la conversione degli altri, non si ha mai nulla da imparare, ma solo da insegnare. Spesso noi siamo proprio cristiani del "dire", mentre le nostre azioni vanno nella direzione opposta. Ma essere cristiani del "dire" significa essere cristiani per modo di dire, e significa, soprattutto, non essere onesti, nemmeno con noi stessi.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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