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Raccontando e commentando del passato, della nostra storia, dei 70 anni della nostra Repubblica e dell'impegno urgente e non procrastinabile di creare vicinanza, vorrei apporre una mia personale postilla che riguarda l'esigenza di una necessaria distanza, una distanza da custodire e da venerare. Sarebbe poco producente, in riferimento alla nostra storia, concepire quella vicinanza come l'incameramento dell'altro, la dissoluzione della sua diversità. La diversità, anche ideologica, è una ricchezza da contemplare con rispetto, da cogliere dentro lunghi tempi e silenzi, lontani dall'inganno di averla un giorno o un altro esaurita, è memoria. Si può cogliere oggi il senso della vicinanza con la "lontananza" dei fatti di ieri se le differenze dell'altro non sono mai discriminate, quasi non fossero valore o fossero valore minore. La vicinanza con il passato è cogliere l'importanza dell'alterità che non va impallidita, ma valorizzata. Non sempre si è sfuggiti nella storia a questo inganno. Rispetto ai valori, civili ed etici, che risiedono nella celebrazione del nostro Paese, che cosa può dunque significare rispettare, venerare, custodire l'alterità? Significa, secondo il mio modesto parere, sfuggire dal rischio dell'inglobamento dell'altro, della pretesa di assimilazione dell'altro a noi stessi, ai nostri progetti, alle nostre tradizioni. Questo equivarrebbe a un triste e drammatico impoverimento! La storia insegna che c'è una soglia dell'altro che non è lecito né oltrepassare né occupare e ciò vale per Dio e il suo mistero e vale per le creature e per il mistero che le abita. Non è terra d'invasioni né di occupazioni, è terra sacra, quasi una Terra promessa su cui ci è dato di mettere da padrone il piede. C'è nel Vangelo un racconto che potrebbe essere letto come cifra di quello che sto dicendo: distanza da superare, distanza da venerare, l'incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo di Sicar (Gv 4,5-30). Quella donna è come un simbolo, un prototipo di quella terra che aveva subito, perché eterodossa, una sorta di ripudio. Terra da cui tenere distanza, donna da cui tenere le distanze. E Gesù invece la raggiunge al pozzo. Il pozzo nella bibbia è luogo di ristoro per chi è alla ricerca di acqua, ma è anche luogo di corteggiamento per chi è alla ricerca dell'amore. In quell'occasione Gesù diventa terra d'incontro per chi soffre la distanza. A volte quando mi guardo attorno e mi capita di pensare e di riflettere su ciò che vado osservando, mi viene spontaneo pensare che siamo lontani dall'avere imparato la lezione del pozzo di Sicar. Pensiamo e riflettiamo: è possibile far fiorire, capire persone o situazioni con il nostro gelo, la nostra indifferenza, con i nostri occhi spietati, con i pregiudizi? Pensando e apprestandoci a celebrare anche la festa di questo nostro Paese riscopriamo lo sguardo di chi è cosciente che nella vita c'è una distanza da onorare, da venerare. Una distanza che ci fa sentire sempre e comunque piccoli e minori, e, sorprendentemente, non sempre lo pensiamo, che dona ai nostri occhi un supplemento di visione. Vicini, lontani: sembra quasi di cogliere un compito e una sfida, quella di creare strade che congiungano i distanti anche là dove anche leggi e strategie, sembrano operare per il fi ne opposto, per creare separazioni. Diveniamo compagni di viaggio, veri compagni di viaggio anche nella fede, quando nella carovana della vita ci raccontiamo gli uni e gli altri la nostra storia. Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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