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Vorrei segnalare un peccato, un difettuccio abbastanza diffuso per veder se è possibile tramutarlo in opportunità, ed è quello dell'abitudine. Per la verità questo peccato, riferito alle cose di Dio, ce lo aveva già segnalato Gesù là dove nella parabola del seminatore e dei vari tipi di terreno ci avvertiva della possibilità che una parte della semente venisse, una volta gettata nel terreno, raccolta e divorata dagli uccelli. L'abitudine porta con sé l'idea dell'indurimento, un terreno che, a forza di passarci sopra, diventa solido, compatto. Riferita alla pelle, potremmo definirla come un callo. Sappiamo, però, quanto siano dolorosi questi calli, specie, si dice, al cambio del tempo. Purtroppo, noi finiamo, spesso e sovente, col fare "il callo" a ricorrenze, siano esse religiose e civili, per esempio, la memoria del Beato Odoardo Focherini, che alla Parola di Dio. E se i calli fisici provocano fastidiosi dolori, questa "callosità" alle cose di Dio, sfortunatamente per noi e per la nostra società, non fa star male, e non causa nessun disturbo. Pensiamoci bene: quante volte ascoltiamo la Paola di Dio. Ci tocca, ma rimbalza via, senza riuscire a penetrare profondamente soprattutto là dove nasce il vero cambiamento. Siamo distratti, assenti, con la mente e con il cuore siamo catturati da altri interessi e preoccupazioni. Abitudine, significa assuefazione, senso del risaputo, del "lo so già", interesse superficiale, sbadataggine, indifferenza, svagata attenzione. Al limite, per far contento chi ti parla e cerca di coinvolgerti, c'è una certa curiosità, più o meno simile a quella di Re Erode, il quale sappiamo ascoltava volentieri Giovanni Battista ma poi all'atto pratico, quella parola non cambiava nulla nella sua condotta, non incideva sui suoi comportamenti, tutt'altro che apprezzabili o imitabili. Un esempio classico, questo, di come ci si possa effettivamente esporre alla Parola e, nello stesso tempo, difendersene, avvicinarsi e prendere soavemente le distanze, provare un certo interesse ma, in realtà, disinteressarsene quando entrano in gioco coerenza e fedeltà. In termini religiosi: agli abitudinari non viene il sospetto che l'ascolto della Parola sia in vista di una conversione. Sempre nella Parabola del seminatore si dice che "vennero gli uccelli e la divorarono". Guardiamoci intorno, amici miei, sulle nostre strade volano a bassa quota un sacco di uccelli e ci portano via quella Parola che noi non abbiamo saputo, e tanto meno voluto, custodire nel cuore. Non ci è passato nemmeno per l'anticamera del cervello di fare uno spaventapasseri, semmai siamo stati noi ad essere spaventati dall'eventualità che quella Parola riuscisse a smuovere abitudini che portano lentamente alla morte. I cristiani sono chiamati ad essere nel mondo, ma non del mondo, secondo la frase spesso usata, derivata in parte dal Vangelo di Giovanni. Ma cosa vuol dire nel mondo? Per i discepoli di ogni tempo, questo impegno con il mondo è detto dai teologi e dagli esperti evangelizzazione e non è, visti i tempi, qualcosa di facoltativo da aggiungere alla nostra fede. Oggi più che mai siamo chiamati a sperare e ad attuare questa evangelizzazione in modo speciale ed unico togliendo di mezzo l'ambiguità. Per caso, il peccato dell'abitudine non è determinato dal desiderio di non cambiare le abitudini?

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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