Slide background

Nessuno mi può giudicare, cantava Caterina Caselli cinquant'anni fa. E ai nostri giorni essere, come si dice, "non giudicanti", appare qualità apprezzatissima. Pure indispensabile se non si vuole incorrere nella scomoda etichetta di "integralista", o di "predicatore". Giornali e riviste abbondano di rubriche dove esperti, per lo più psicologi, dispensano consigli a lettori, generalmente in rapporto agli affetti e alle loro scelte di vita. Sono rubriche assai istruttive. L'esperto di turno si fa normalmente apprezzare per la sua empatia: cioè la capacità di entrare "nella pelle" dell'altra persona, con stima e cordialità, mettendo fra parentesi i propri schemi e provando a sentire e a vedere con i suoi occhi. Poi per la sua propositività: cioè la capacità di suggerire piccoli ma concreti passi che l'altro potrebbe fare, muovendo dalla sua situazione spesso ingarbugliata. Passi che rappresentano un'iniezione di fiducia contro il piangersi addosso, sterile e paralizzante, e nello stesso tempo un salutare bagno di realtà contro sogni e illusioni impossibili. Empatia e propositività sono atteggiamenti indispensabili per chiunque voglia porsi in una relazione di aiuto (anche un genitore verso il proprio figlio). Papa Francesco li chiama discernimento e accompagnamento, e li sta richiamando con forza a tutta la Chiesa. Rimane però irrinunciabile anche una dimensione di giudizio. La vita produce i suoi vini migliori nella grotta umida e buia e talvolta scomoda della laboriosità. Sappiamo bene che alla lunga il lavoro silenzioso e costante è più produttivo di un'attività febbrile ma occasionale; che conta più l'atteggiamento dello stesso fare, e che la perseveranza arriva molto più lontano del cosiddetto "talento naturale". La persona laboriosa non spreca nulla, neppure il giudizio. Organizza, pianifica, realizza, genera, inventa e coltiva, trae frutto da ogni cosa. Una caratteristica propria della laboriosità è l'efficienza, intesa come capacità di eseguire un lavoro o un compito con il minimo dispendio di tempo e di energia e il massimo rendimento. Ma per il cristiano l'efficienza fine a sé stessa non serve o non può servire poco a nulla. L'accento "diverso" è passare dall'efficienza all'accuratezza: dal fare di più al fare meglio! L'avere cura per fare le cose con compiutezza. È, come ci raccontavano i nostri nonni, l'arte del lavoro: eseguire l'opera completa, con gusto, non trascurando i dettagli che sono come una firma autografa e autenticano il nostro esserci. Ma il metro del giudizio, quanto meno personale, consiste nel considerare primari due aspetti fondamentali: la perseveranza e la diligenza. La prima è la fermezza e la costanza nei propositi e nelle imprese e comporta una fortezza d'animo poco comune, implica il saper preventivare e affrontare le fatiche, gli ostacoli e le difficoltà. La seconda, la diligenza, consiste invece nell'affrontare le proprie responsabilità e i propri compiti con prontezza e con slancio, anche e soprattutto ideale. É il non tralasciare ciò che è importante ora per lasciarlo al giorno dopo, è il far subito. Un giudizio che si basa sulla perseveranza e la diligenza genera frutti che non si fanno attendere. Il primo, forse, è sentirsi soddisfatti per il "crescere" stesso, come uomo e come cristiano. Un crescere che in partenza sembra essere difficile e disagevole, ma che poi diventa gradito e a volte persino lieto. Allora il "giudizio" ci conduce ad una vita a piene mani perché è il riferimento a un orizzonte ideale, a una verità dell'umano, la stessa ragione per vivere!


EC

Diocesi di Carpi

all rights reserved

powered by duemmeweb