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Questo è il periodo in cui si fa memoria di don Lorenzo Milani, morto il 26 giugno del 1967. A questo strano, eclettico sacerdote era cara l'espressione "I care", tant'è che la pose come scritta nella stanza a Barbiana dove i ragazzi studiavano insieme. "Mi interessa, mi sta a cuore. L'esatto contrario del me ne frego fascista". Cosa ci sta a cuore? Mi torna in mente in questi giorni di interminabili discussioni finanziarie, economiche, la domanda provocatoria che qualche anno fa poneva il sociologo Giuseppe De Rita, che chiedeva: "Come ritrovare buone ragioni per il vivere assieme?", e ancora: perché dovremmo stare insieme? Cosa ci lega? Domande che ci poniamo ancora oggi. La fotografi a del nostro Paese, che abbiamo spesso sotto gli occhi, incute, almeno a me, tristezza. Non solo non stiamo bene economicamente, affondati dentro una crisi dalla quale si fatica ad uscire, ma anche civilmente sembriamo aver perso la rotta per una buona e fiduciosa convivenza. Tutti contro tutti. Giovani contro vecchi, anzitutto. I primi che vedono negli anziani un ostacolo che sta rubando loro il futuro. I secondi che non si fidano dei giovani: li sentono inaffidabili. Tra l'altro, vista la retorica di questi giorni, occorre smontare la teoria secondo la quale i giovani britannici si siano dimostrati, con il voto al referendum sulla Brexit, a favore dell'Europa in contrapposizione agli elettori più anziani, apertamente schierati per l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. In realtà, degli elettori nella fascia 18-24 anni, ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l'83! Se da un lato, quindi, i giovani che si sono recati alle urne hanno tendenzialmente espresso un voto favorevole all'idea di Europa e di una Gran Bretagna come parte integrante dell'Unione, di certo il basso tasso di affluenza dimostra che la gran parte si è disinteressata della questione. Solo un giovane su tre è infatti andato a votare il referendum. Il 75% non ha votato! Tra i giovani, insomma, ha vinto l'indifferenza. Altro che "I care"... Quello che sta capitando in Europa, a livello finanziario, a livello economico, ci è difficile, nonostante la buona volontà, a capire; molte cose della cosiddetta Brexit ci sorpassano: quali conseguenze economiche avrà questa scelta? Un vero rebus. Di certo di questo passo possiamo affermare: "ciao ciao, Europa". Così come l'interrogativo squisitamente politico: giusto o imbecille affidare alla pancia del popolo una decisione tanto complicata e pregna di conseguenze? Non dovrebbe essere compito del leader politico, che ci mette la competenza e la faccia? Ma nulla capita a caso, e allora forse, vale la pena trarne un paio di lezioni utili per noi italiani, onde provare a correggere il tiro su quel che resta dell'ideale europeo. Perché il no degli inglesi, e in generale il no che qualcuno anche da noi fagocita, si è costruito su tre argomenti che non sono fantasmi, ma questioni obiettive, che ci devono far riflettere. La prima: l'insofferenza per la soffocante burocrazia di Bruxelles, che legifera, spendendo soldi a destra e a manca, anche sulla lunghezza delle banane e il colore dei piselli. La seconda: il fastidio per l'euro-economia a trazione tedesca, che concepisce l'austerità non solo come necessaria nella "virtuosità", ma anche come strumento di governo e di pressione sulle altre economie nazionali, a tutto vantaggio dei "panzer" industriali e finanziari tedeschi. La terza: il terrore dell'immigrazione. E allora è lecito chiedersi: cosa potrebbero fare i cristiani oggi? Certamente battersi più di quanto non abbiano fatto sinora contro quell'"individualismo amorale e incivile", a volte egoistico, che risulta decisivo per il clima complessivo di imbarbarimento e illegalità. E poi cogliere la differenza tra bene comune e benessere. Lo ha ben spiegato Papa Francesco: "Ci abituiamo così facilmente all'ambiente di iniquità che ci circonda, che siamo diventati insensibili alle sue manifestazioni. E così confondiamo, senza accorgercene, il 'bene comune' con il 'benessere', specialmente quando siamo noi che ne godiamo, e non gli altri". In una parola, "I care", mi interessa e mi sta cuore l'altro, il diverso da me!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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