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Paese strano il nostro. Gente che sa vivere nello stesso tempo il bello e il suo opposto, vivere contemporaneamente di eroismo e di rimorsi, di generosità e di cinismo, di bontà e di crudeltà, di professionismo e di superficialità, di onestà e di mascalzonaggine. E ogni calamità naturale è sempre stata il volano di queste contraddizioni, che probabilmente sono lo specchio delle nostre fragilità. Mentre ad Amatrice e negli altri paesi rasi al suolo c'era e c'è chi scava ancora ed eroicamente per salvare vite, c'è chi contemporaneamente scava per razziarne gli averi, non solo materiali. Mentre c'è chi vedeva e vede nelle macerie la disperazione, ma anche la speranza di tornare a vivere, c'è chi già faceva i conti, Vespa con Delrio, ministro della Repubblica, su "quanto" con questo terremoto e con i terremoti passati si guadagnerà, in questa assurda lotteria del dolore. E purtroppo, anche questa volta, del dolore innocente c'è stata la spettacolarizzazione, tanto a parole scongiurata, tanto nei fatti realizzata. Si è visto di tutto: indifferenza al dramma con domande idiote e banali, domande insensate, cani scavatori, sentimenti rubati e intimità violate. E poi giù con gli elogi sull'operato dei vigili del fuoco, autentici eroi dei nostri tempi, dimenticando però che questo nostro Paese li sta maltrattando con finanziarie che li hanno pesantemente privati di fondi. Domande inopportune al punto da ostacolare il lavoro dei volontari in maniera spudorata: tutti hanno potuto vedere il "giornalista" proseguire nel suo servizio ignorando il pompiere che continuava a chiedergli di fare silenzio perché si stava estraendo dalle macerie un uomo. I confini col dovere di cronaca sono sottilissimi eppure, a volte, disgustosamente percettibili. Forse, è il caso di dirlo, non ci sono ricette, non ci sono antidoti. Ma quel che è peggio è che non ci sono neppure insegnamenti da consegnare ai posteri. Basterebbe copiare e incollare gli articoli scritti per la catastrofe precedente, così come per quanto riguarda le promesse fatte. Nelle cosiddette accise che versiamo al nostro benzinaio ci sono ancora le quote per il disastro del Vajont, per l'alluvione di Firenze, per il terremoto del Belice, per quelli del Friuli, dell'Irpinia, oltre che per L'Aquila e l'Emilia; ci sono i finanziamenti delle missioni militari in Libano e in Bosnia, il finanziamento e la manutenzione dei beni culturali, per l'alluvione in Liguria e in Toscana, per l'aiuto agli immigrati dopo la crisi libica. Non manca una trattenuta di 0,082 centesimi per la super, aumentata a 0,113 centesimi per il diesel, in favore del decreto Salva Italia! Più che somme di denaro, sembrano oboli agli dei, gocce di sangue di agnelli inutilmente sgozzati, perché non ci mandino più terremoti, alluvioni e catastrofi naturali. Ma in tutto questo la parola magica "prevenzione" resta un refuso, uno sgorbio senza risposta che alimenta la caccia al colpevole di turno con un'alzata di spalle generale, roba che tutt'al più interesserà qualche indagine, che finirà, come sempre, nel nulla. Anche questo odiato terremoto ci costringe a fare un salto culturale ed etico. Piangere, emozionarci per immagini strazianti di bambini morti, per gesti eroici, seppellire i morti e tornare alle vecchie abitudini, renderebbe inutile il sacrificio scioccando la pietà di questi giorni. Si voglia o no, l'uomo deve fare i conti, al di là della tecnologia, con l'incertezza e il rischio. Questi definiscono la condizione umana, rispetto all'ambiente con il quale abbiamo spesso e sovente un rapporto incivile. Saperlo ci potrebbe rendere meno arroganti, più generosi verso gli altri, meno disposti a perdonare a noi stessi, meno inclini ad accusare gli altri, meno creduloni rispetto a chi, politico, opinionista o demagogo televisivo, venda illusioni a povera gente.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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