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Nel sistemare la mia libreria mi è ritornato tra le mani il libro di Stefano Bollani intitolato La Sindrome di Brontolo. Un discreto lavoro scritto qualche anno fa che mi ha messo una curiosità frivola: cosa mai potesse essere la sindrome di Brontolo. Cercando in rete ho trovato che, secondo uno dei tanti sondaggi, la maggior parte della gente è convinta che i nani di Biancaneve non siano sette, ma sei. Tutti gli intervistati al momento di elencare i nomi dei nani si dimenticano immancabilmente un nome. Sempre lo stesso. La tendenza è quella di ricordare i nani che nel nome stesso rivelano un difetto. Quindi Pisolo dorme, Eolo starnutisce, Brontolo appunto brontola, Cucciolo è muto, Mammolo è timido, e infine Dotto è noioso. Il nano mancante è Gongolo, l'unico nano allegro. Secondo Sefano Bollani, la gente non rammenta il nome del nano gioioso perché trova più facile notare i difetti delle persone anziché i pregi, proprio come fa Brontolo. É questa la sindrome di Brontolo: vedere solo il lato negativo delle persone e delle cose, sindrome che riguarda lo stupore e la sua prima malattia, ovvero la banalizzazione, cioè dare le cose per scontate e secondo "me", pretendendo di meritare tutto e quindi con l'incapacità di percepire che tutto è un dono. Ora, alla ripresa delle attività nelle nostre parrocchie dopo la pausa vacanziera, mi sembra di percepire che anche in casa nostra esista la sindrome di Brontolo. La radice probabilmente, e non me voglia nessuno, sta nella superbia, la pretesa di essere più grandi, più importanti, più necessari di ciò che siamo. Soffermandomi qua e là tra le nostre realtà ho scoperto che per i Brontoli parrocchiali il parroco con i fiocchi è sempre o il predecessore dell'attuale o, almeno si spera, il suo successore; comunque quello della parrocchia o del paese vicino, mai o quasi mai l'attuale. Lo stesso ragionamento dai Brontoli diocesani vien fatto a riguardo del Vescovo. I Brontoli, che abbondano anche e soprattutto nel nostro ambiente, sono noiosi come le mosche cocchiere, specialmente tra i "cristiani adulti". Sono feroci come le zanzare-tigre nello sferrare morsi che alla lunga lasciano fastidiosi strascichi anche nel nostro vivere quotidiano. Basterebbe essere convinti che Dio è nell'imprevisto, che Dio non è nella programmazione, nella nostra agenda, perché comunque Lui è Signore e non accetta di lasciarsi ridurre alla nostra misura. Mi dicono che gli studiosi della favola di Biancaneve, dopo aver descritto il caratteraccio di Brontolo, sono però concordi nel rilevare che il vivere in compagnia con la bella e dolce fanciulla riesce a fare venir fuori anche da quello scorbutico personaggio il suo lato buono. Nel momento del pericolo, infatti, proprio lui non esiterà un istante ad aiutare Biancaneve a sottrarsi alle perfidie della regina malvagia che la vuole avvelenare e inciterà i suoi compagni ad allearsi con lui. Il bacio, che la bella fanciulla gli regalerà in premio, addolcirà il cuore anche a lui, che continuerà a fare onore al suo nome di Brontolo, ma con un lampo nuovo di sorriso che non lascerà più il fondo dei suoi occhi. Per noi cristiani non è difficile vedere in Biancaneve un'immagine della Chiesa. La cura della sindrome di Brontolo, che colpisce tanto anche noi, quindi è subito trovata. Sta nel non lasciarsi invischiare dalla superbia, ma soprattutto nel lasciarsi conquistare tutti insieme dalla bellezza di questa Sposa, e di farci in quattro nel lottare per lei, a qualsiasi costo, anche a costo di farsi chiamare Gongolo!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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