Slide background

Già alla fine dell'estate abbiamo assistito all'esonero di allenatori del calibro di Mancini, ed ora con molta probabilità, visti risultati di talune squadre, ci si dovrà abituare ad esoneri vari. Questo fatto, l'esonero del mister, dell'allenatore, ci dice l'importanza che ricopre questo ruolo. L'allenatore è certamente un "mestieraccio", specie negli ultimi anni. In realtà questo compito, certamente difficile, ci può dare una mano a capire e a introdurci a quella verità dell'amore che riguarda l'essere educatori nel nostro tempo. Una verità che ci dice che amore non è solo preoccuparsi, amore non è solo procurare cose, amore non è solo risparmiare fatica, amore non è solo volere bene. Ma amare è volere il bene! Amare è volere il bene di chi ci è affidato come figlio. Consapevole di ciò, l'allenatore non può dunque tenere in grande conto la permalosità di tutti i suoi giocatori, non può sottostare a tutti i loro capricci; li deve spronare a lavorare sodo, a prepararsi alla sfida, alla gara. Per questo non abusa troppo nei complimenti, ma ricorda la necessità di crescere, di migliorarsi, di cadere e di rialzarsi, di farsi anche male, se necessario, e di imparare dalle esperienze vissute, di non attendersi troppo dagli altri, ma di provare a trovare in se stessi la forza per andare avanti, per credere in sé e, più in generale, nella vita. L'allenatore, come l'educatore cristiano, è uno che sa tenere salda la differenza tra volere bene e volere il bene, ed è su questa base che egli sa reggere ogni e qualsiasi possibile conflitto. É in questa differenza essenziale tra volere bene e volere il bene, che si è creato in questi tempi la frattura tra l'aspetto hot familiare e il troppo cold sociale. L'investimento affettivo da parte dei genitori, negli anni, si è sproporzionatamente imposto: il figlio è al centro della famiglia ed è sempre più difeso rispetto all'esterno, rispetto al mondo, rispetto alla comunità, che è diventata sempre più fredda grazie anche all'individualismo. La conseguenza è il livellamento verso il basso dell'azione educativa, che implica l'ingresso del figlio oltre i recinti sociali della famiglia. Nelle relazioni con gli altri ci sono, si voglia constatarlo o no, leggi da assimilare e da accogliere con benevolenza e che tocca proprio all'adulto mediare. La prima, la più essenziale e necessaria, è che non si può avere tutto, non si può volere tutto e non si può essere tutto. Non siamo Dio, e nemmeno il re dell'universo. Come per l'allenatore, il mestiere dell'adulto deve avere a che fare con la consapevolezza che volere il bene di qualcuno significa volere il suo bene, volere che l'altro possa essere "altro" da te; significa attendere pazientemente, dare tempo, significa fidarsi e dare fiducia mentre chi ci è affidato impara cosa suppone e implica poter dire "io ci sono". Questo dire "io ci sono" è ciò che veramente ci fa umani e ci fa cristiani impegnati nell'essere testimoni fedeli della vera libertà. Il pensiero creativo di Papa Francesco ci deve apparire chiaro anche nel nostro campo educativo: chi non muta, quando tutto muta, alla fine diviene muto e pure sordo. Urge dunque uscire, munirsi di creatività in fedeltà alla parola del Vangelo, nella consapevolezza che anche in educazione "senza di Lui non possiamo fare nulla".
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

all rights reserved

powered by duemmeweb