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C'è una domanda, che mi fa pensare e che fa pensare tanti credenti, che ancora e nonostante tutto oltre a dichiararsi tali sono realmente dei praticanti. Una domanda che viene posta dal profeta Geremia: "Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te, ma vorrei solo rivolgerti una domanda sulla giustizia. Perché le cose degli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli? ...Tu sei vicino alla loro bocca ma lontano ai loro cuori" (Ger 12,1). Sarebbe, da una parte, scorretto e peccherei di presunzione nel credere e agire pensando che, anche come giornalista, possa disporre di una risposta a quella domanda inquietante. E, non me ne voglia alcuno, diffido e sto alla larga da coloro che cercano di fornire delle spiegazioni "convincenti" a tal proposito, poiché sono e rimangono inaccettabili. Preferisco pormi oggi, nella mia situazione attuale, nel luogo in cui vivo e abito, quella domanda e far sì che seppur dolorosamente essa tormenti la mia coscienza. Ho già avuto modo di dirlo in precedenti editoriali come la parola "sulla giustizia" non sia da pronunciare e non vada rivolta a Dio. Quella domanda dobbiamo rivolgerla ai nostri fratelli. Una parola che non può che scottare. Non "dov'è Dio?", ma "dov'è l'uomo?". Non "perché Dio permette certe cose?", ma "perché l'uomo tollera questo stato vergognoso di cose?". La questione della giustizia, ivi compresa quella di "dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio", non può essere solo il bel tema, il filo conduttore di conferenze, tavole rotonde e convegni vari con lauto pranzo in aggiunta. Deve diventare rimorso, inquietudine, atto d'accusa, peso insopportabile, ma anche e soprattutto passione travolgente. E chi magari forte della propria presunta autorevolezza e posizione sfoggiata e sbattuta in rubriche di qualche settimanale, fa la morale a "noialtri", dovrebbe premettersi che prima di essere "beati", gli affamati e gli assetati di giustizia sono degli "scontenti". In questo caso è possibile parlare di cristiani "fuorilegge". Si è "fuorilegge" quando un cristiano bada a farsi gli affari suoi, quando si nasconde nel suo piccolo e confortevole guscio, quando si rifugia in una religiosità intimistica, quando non si lascia toccare dai problemi, anche e soprattutto culturali, di educazione che giungono dalle nostre chiese, è "fuorilegge" quando non esce mai in campo aperto per compromettersi a favore di una giustizia "più giusta. E' un "fuori dalla legge" del Vangelo! Avere "fame e sete di giustizia" non vuol dire altro che rimettersi quotidianamente in gioco e "fare qualcosa". La denuncia fine a se stessa non basta. La promessa fatta da Gesù a questi beati, penso riguardi il fatto che il cristiano, il seguace di Gesù, sia "un insaziabile", un mai soddisfatto, un non rassegnato. C'è chi è insaziabile della propria ingordigia, bramosia, voracità. Gli insaziabili di Gesù, invece, risultano essere tali perché avvertono nella propria vita i morsi della fame degli altri, il silenzio assordante rispetto all'obbligo per ogni cristiano di istruire e far crescere la propria coscienza. Coscienza! E ci risiamo di nuovo! Lo so benissimo. Non tutto ciò che brilla illumina! Ma una piccola e modesta lampadina ha a che fare, anch'essa, con la luce. Amico lettore, vorrei dirti di accettare benevolmente la mia chiarezza come espressione del mio massimo rispetto nei tuoi confronti. Cerca, se ti è possibile, di rivendicare sempre il tuo diritto a capire per poi agire coerentemente. Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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