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La festa dei Santi e la commemorazione dei nostri defunti ci pone di fronte alla morte, al suo significato cristiano, ma ci richiama ancor di più al senso che ciascuno vuole dare alla vita. Dice un vecchio adagio: "dimmi come muori e ti dirò chi sei".

La vita si pesa dal suo ultimo istante, molto più che dai tantissimi che ne sono trascorsi prima. In punto di morte salta fuori la stoffa, la qualità, la pasta della tua umanità. Non c'è più bellezza, né apparenza, abilità fisiche o intellettuali. Tutto cade: progetti, sicurezze, maschere. Resta la persona, nuda nella sua verità e nel suo mistero. Non c'è più appello al futuro, esame di riparazione, via d'uscita. La morte ti scova per quello che sei. Rivelazione finale di te. Saggia la tradizione della fede, quando indica la morte come il dies natalis, il giorno della vera nascita.
Ci impressionò il "rambo" Fabrizio Quattrocchi quando, nel 2004, in Iraq, braccato dal carnefice che già pregustava di vederne il terrore schizzare dagli occhi, se ne uscì con quella frase: "Vi faccio vedere come muore un italiano". In punto di morte non si bara: esce quello che sei.
Qualche mese fa la cronaca ci parlò e ci fece riflettere sul coraggio di una donna, Letizia Leviti, e sul suo messaggio vocale lasciato in eredità ai colleghi della redazione di SkyTg24. Una bella donna, Letizia, giornalista appassionata, inviata speciale in molti scenari di guerra dall'Afghanistan, all'Iraq e in Libano, moglie e madre di tre figli, stroncata a 45 anni da un morbo malvagio. Tempo indietro, intervistata da Gigi Marzullo a "Mezzanotte e dintorni", aveva parlato di sé e della sua vita. I monti della Lunigiana, la severa educazione, la laurea in filosofia e filologia, la morte prematura del babbo: "immagino il suo dispiacere a non poter vedermi crescere", la battaglia vinta della malattia della mamma... "Pensavo di farcela anche stavolta - ha lasciato detto nel messaggio vocale -, ma la vita non la decidiamo noi". E' vero: la vita è una danza meravigliosa, ma non siamo noi a dare i passi. Possiamo solo assecondare, con amore e umiltà, qualcuno che ci guida.
C'era grande forza, nelle parole di Letizia che varrebbe la pena farle nostre. Una tristezza lieve, temperata forse dalla memoria di tanti drammi visti e raccontati, di tante lacrime raccolte e narrate. C'era dignità. Nobiltà d'animo. Coscienza. Non so se si possa parlare di fede, ma di certo del suo miglior frutto, certamente sì. Addirittura una serena letizia, com'era il suo nome. Una pace del cuore che ha dello straordinario, per una che si prepara a mollare gli ormeggi, e che brilla come una stella nel cielo, dopo un temporale. "Non ho tanta voglia di andarmene", confessò candidamente. Ma quello non era un addio. Diceva la stessa: "Penso che ruzzolerò ancora da qualche giornale... Voglio lasciarvi un po' di me... Ringraziarvi, e salutarvi per l'affetto di oggi, ma anche di prima, e di domani...".
Dimmi come muori e ti dirò chi sei. Discorso difficile oggi. La società del benessere rimuove volentieri il pensiero della morte. Troppo impegnativo, disturbante. Il nostro tempo predilige il non pensarci, il vivere come-se-non. Oppure l'eutanasia, il tentativo - illusorio - di addomesticare la morte, controllandola, pianificandola. Come se la vita dell'uomo fosse tutta nelle sue mani. Le parole di Letizia ci fanno bene. Sono di una pulizia cristallina. Hanno dentro la tenacia dello Stabat di Maria di Nazareth, ritta in piedi sotto la croce. E l'ampiezza di Gesù nel suo "consegno il mio spirito". "Spiri in pace con voi l'anima mia": così ci hanno insegnato a pregare, da bambini, prima di andare a dormire, i nostri genitori. Parole che vediamo dimenticate, ma che in visita ai nostri cimiteri in questi giorni dovremmo ricominciare a sussurrare, che potrebbero riportarci al senso profondo della morte: quello di ri-nascere a vita nuova!


Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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