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Poche idee, ma ben confuse. Non so voi, ma personalmente mi ritrovo così in vista del referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre. E ho l'impressione di non essere il solo. Nelle prossime settimane occorrerà lavorare molto di materia grigia per informarsi e capire. Proviamo per ora a mettere in fi la le ragioni per il sì e per il no, in attesa di capire da che parte far pendere il piatto della bilancia. E' necessaria una premessa: non trasformiamo questa occasione del referendum in una specie di giostra popolare sull'attuale Capo del governo, perché in tal caso la tifoseria rimpiazzerebbe il ragionamento sciocco e stupido, peraltro già visto in passato. Di calcio, di tifoseria, di classifiche, si fa per dire, abbiamo piena la testa! Anche se è stato Renzi stesso, con un eccesso di spacconeria comunicativa, a personalizzare su di sé la consultazione referendaria, commettendo un madornale errore strategico, è nell'interesse di tutti uscire dall'equivoco incentrato su un personalismo fine a se stesso. Già un becero e ottuso anti-berlusconismo fece a suo tempo naufragare il precedente tentativo di riforma istituzionale; vediamo, se possibile, di non replicare, stavolta a parti invertite, con un altrettanto squallido anti-renzismo. A favore del sì alle riforme milita una ragione piuttosto convincente. Ed è che, se fallisce anche questo ennesimo tentativo di riforma costituzionale, il rischio è di rimanere incartati per chissà quanto tempo ancora. La proposta delle opposizioni di fare una riforma diversa, subito dopo il siluramento referendario dell'attuale, appare francamente come aria fritta, visto che prima non l'hanno mai fatta. E se tutto rimane impantanato, il mondo, l'economia non starebbe certo ad aspettare, come l'ambasciatore americano in Italia si è lasciato sfuggire di bocca. Senza una seria riforma funzionale dell'architettura costituzionale, che renda meno macchinoso il funzionamento dell'apparato statale, consolideremo nel mondo l'immagine dell'Italia come di un Paese ingessato e ingovernabile, dal quale è meglio girare al largo. Le ragioni per il no sono però altrettanto corpose. Un problema è rappresentato dal combinato disposto fra una riforma che assegna più potere all'esecutivo e una legge elettorale (l'Italicum), essa pure ai nastri di partenza, che premia oltremodo il partito di maggioranza relativa che vince le elezioni. Ovviamente, l'intento è di garantire condizioni più stabili di governabilità a un Paese dove storicamente i governi ballano sul fi lo di maggioranze risicatissime, ma qualcuno intravede un "rischio oligarchico" per la nostra democrazia. Esagera, probabilmente, però c'è poco da stare tranquilli al pensiero che una grande concentrazione di potere esecutivo possa finire, senza più i necessari contrappesi istituzionali, nelle mani di qualche banda di sprovveduti. C 'è poi il pasticciaccio del nuovo Senato. Giusto che esso si trasformi, da ramo-bis del Parlamento, in Camera di rappresentanza dei territori. Ma molti dubbi gravano sulla sua composizione e sui suoi poteri. La composizione: alcuni sindaci e consiglieri regionali. Ma non sarebbe meglio scegliere altri rappresentanti, lasciando sindaci e consiglieri a fare il loro lavoro nei territori? Ve lo immaginate il sindaco di Carpi, con tutte le rogne che si ritrova, in trasferta periodica nella capitale? Poi i poteri. D'accordo le politiche territoriali. Ma che c'azzecca il nuovo Senato con le politiche europee? I senatori avrebbero potere di veto sulla ratifica dei Trattati con l'Europa, e siccome il governo non potrebbe porre la fiducia in Senato, ciò potrebbe risolversi in un nuovo focolaio di paralisi istituzionale. Insomma: un bel rompicapo. Aspettiamo di capirne di più.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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