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L'inizio del nuovo anno porta con sé la voglia di sperare e, in mezzo ai tanti programmi elaborati e pensati, che spesso rimangono sulla carta, vorremo trovare la ricetta per poter risolvere i nostri vecchi e nuovi problemi, i nostri mali... che resta sempre quella: convertirsi.
Non serve consolarsi con la constatazione che il tempo, che si è messo a correre, spesso ci mette ansia con le sue guerre, le sue violenze, le sue ingiustizie. L'attaccamento alla vita è più forte di tutte le magagne che la vita ci offre, la vita personale, familiare, sociale. "La vita è una valle di lacrime", diceva una simpaticissima nonna che ho conosciuto tanti anni fa. "Ma si piange così volentieri", aggiungeva subito.
Il nostro nuovo anno ha portato con sé il dono di tre nuovi sacerdoti, Enrico, Mauro ed Emiddio, e una domanda sottintesa e rivolta a tutti: Se fossi tu? Giovane o no che leggi e che potresti seguire il loro esempio. Se fossi tu? Laico che leggi ad aver incontrato uno di questi ragazzi.
Se è innegabile che per il nostro clero oggi si pone il problema di come conciliare il servizio pastorale con le esigenze della cultura, dell'aggiornamento, della formazione permanente, si deve anche prendere atto che i bisogni delle anime crescono, si fanno più impellenti i gruppi, i movimenti, le associazioni assorbono sempre di più la vita dei sacerdoti.
Il sacerdote è per tanti versi un "uomo mangiato" - e quando lo è veramente non ha più tempo per leggere libri, documenti e spesso tutto viene lasciato al caso - ma rimane o dovrebbe rimanere esempio di conversione.
Convertirsi, ossia imboccare altre strade, compiere una decisa inversione di marcia, attratti da una Presenza. Credere al Vangelo, significa, in fondo, aderire come si fa con una cintura ai fianchi. Questa cintura non va indossata a intermittenza, bisogna che ci tenga stretti in ogni circostanza, perché il rischio è sempre quello: crediamo al Vangelo, lo conosciamo, ma poi in determinate situazioni, di fronte a certe situazioni, a certi atteggiamenti, rimane slacciato, scollegato.
L'essere sacerdoti al giorno d'oggi significa innanzitutto sentire ben stretta ai fianchi questa cintura per mettersi in movimento, camminare, "andare". Andare dove? Non certo dove abbiamo stabilito o sognato di andare noi, secondo i nostri programmi, che alla fine della fiera sono sempre minimalisti. Ma dove ci porta il Vangelo, lungo la strada dell'imprevedibilità.
La società di oggi, ci piaccia o no, non conosce né Dio, né la Chiesa, né Cristo. La nostra parola non penetra più e il nostro vocabolario risulta incomprendibile, non siamo più sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda.
C'è una parola-suono, talvolta abusata e che lascia tutto come era, e una parola-vita capace di presentare un cristianesimo di rottura, i cui connotati sono bontà, generosità, docilità e dedizione che ad un certo punto fa colpo, dà una scossa. Un cristianesimo capace di scatenare quella domandina: e se fossi tu?
Il Beato Paolo VI teorizzò che l'uomo moderno ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni. Anche noi carpigiani moderni abbiamo bisogno di vedere come si vive l'essere testimoni, più che sentirci dire come si dovrebbe vivere da testimoni.
Enrico, Mauro ed Emiddio sono dei testimoni, sacerdoti per la Chiesa di Carpi.
Quelli che viviamo sono tempi forti che esigono uomini forti! Lo hanno capito tanti laici, tanti cristiani che hanno accompagnato, sostenuto questi tre novelli sacerdoti, emozionandosi ed emozionando coloro che hanno assistito alla loro ordinazione presbiterale.
Possiamo immaginare che l'anno nuovo ci farà piangere ancora e il tempo continuerà a correre. Possiamo solo augurarci di non perdere, comunque, la voglia di vivere e di testimoniare... La vita è una valle di lacrime. Ma si piange così volentieri.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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