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Mi si chiede da più parti cosa vuole dire essere un vero cristiano. Cercherò di rispondere in maniera chiara e del tutto personale. Per chi vi scrive, il vero credente è uno che conosce talmente bene la propria parte, da saper entrare in scena senza paura, al momento giusto, ma soprattutto da possedere il coraggio di uscire e rimanersene tra le quinte al momento giusto e, possibilmente, senza calarsi nella buca del suggeritore. Ossia, il vero testimone non è mai ingombrante, invadente, ma lascia spazio. Spazio all'altro, spazio alla libertà degli altri. Insomma, è necessario che il testimone si faccia da parte, scompaia, si cancelli. Favorito il contatto, la sua parola e la sua persona non devono interferire. Bisogna che sparisca, perché spunti la decisione personale. Il suo ruolo non è quello del sostituto, del rappresentante, ma dell'educatore che provoca il discepolo a non mancare all'appuntamento, a sopportare quello spartiacque rappresentato dalla domanda famosa: che cosa cerchi? E di dire, conseguentemente: eccomi. Vera guida è colui che non ha alcuna pretesa di legare i discepoli alla propria persona, e neppure ai propri libri, ai propri articoli, al cosiddetto "proprio metodo". Un eccesso di carisma personale, alcune volte, rischia di rendere infantili, a deresponsabilizzare le persone, e comunque ad appiattirle. Ci sono maestri che, addirittura, stilano chilometrici elenchi di letture da fare e altre da evitare, di autori affidabili e di altri scomunicati. E poi si ciancia di maturità! La storia della Chiesa, in particolare dei discepoli e del precursore Giovanni, ci consegna la vera arte di far uscire i "discepoli", costringendoli bonariamente ad emergere dal guscio protettivo della passività, dell'abitudine, della tutela, dei condizionamenti, per esortarli ad affrontare il rischio di una scelta personale, di una fede consapevole, di un libero consenso all'iniziativa divina. Non è più la fede come fatto scontato, quanto piuttosto la decisione individuale, la creatività, il coraggio della ricerca contro la tentazione della ripetitività; non un'idea, un sistema etico, ma qualcuno. A tal proposito, oggi vengono impiegati con disinvoltura due termini che dovrebbero suscitare qualche sospetto e che possono ingenerare parecchi equivoci: visibilità e presenza. Due termini che, io credo, vadano accompagnati da altri due: discrezione e misura. Occorre vigilare perché la visibilità non diventi pretesto per entrare in competizione con la società dell'apparenza. Attenzione ad una presenza che scade nel protagonismo, nel culto della personalità e che diventa, alla lunga, ingombrante e, addirittura, un ostacolo all'incontro decisivo. L'invisibilità di Dio come ci ricorda Giovanni non viene rimossa dal nostro eccesso di visibilità. Forse proprio il nascondimento, la non appariscenza, lo scomparire, conducono a sfiorare il mistero del Dio invisibile. La presenza di Dio si intuisce nella penombra, nei passi impercettibili. Se si vuole aiutare il cammino faticoso e incerto di tanti uomini, bisogna scendere dal palcoscenico, smettere i panni del protagonista. Vera guida è quella che ha il coraggio di scomparire, cancellarsi e non pretende di essere insostituibile. E' quella che dice alzati e cammina, resistendo alla tentazione di fare la stampella onnipresente. Ci accorgeremo, a un tratto, che nostra moglie, nostro marito, i nostri fi gli non sono casuali, ma solo un grande condominio in cui il Signore ci ha messo a guardia. La fede la si capisce solo quando la si usa per gli altri. E noi a nostra volta siamo, si voglia o no, affidati alla cura di qualcun altro, e insieme "scopriamo" l'Altro!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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