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C'è un mercato sempre fiorente nel mondo, anche qui a Carpi. Il mercato del pettegolezzo. Le sue bancarelle sono sistemate nelle piazze più nascoste come nelle sagrestie, agli angoli delle strade come nei chiostri dei conventi, nelle portinerie come nelle redazioni dei giornali, nei salotti e perfino nei... cimiteri! Qui non ci sono restrizioni doganali. Non esistono difficoltà per il cambio di moneta. Non c'è bisogno di interpreti per facilitare la comprensione, la diffusione delle chiacchiere: tutti sono abilissimi in questo esercizio. Ci sono persone che non potrebbero vivere senza andare a rovistare tra quelle bancarelle. Un modo per sentirsi vivi. Per loro il pettegolezzo è un genere di prima necessità. Più indispensabile dello stesso pane quotidiano. Ci sono amici che rischiano soltanto quando non c'è da rischiare troppo. Ci sono amici che escono allo scoperto soltanto quando non c'è da "scoprirsi" troppo. Ci sono amici che prendono posizione soltanto quando è buio. Ci sono amici disposti a pagare col portafoglio. Ma non con la propria persona. Ci sono i fervidi sostenitori della verità. Purché quella verità sia stata loro servita sul vassoio ufficiale della sicurezza. Ci sono, infine i turisti della verità, che invocano le "strade nuove", che si esibiscono su "posizioni d'avanguardia". Ma stavano rannicchiati al riparo della chiusa "prudenza" quando altri aprivano quelle strade, tra l'impazzare dei colpi da tutte le direzioni, e pagavano il duro pedaggio delle calunnie, dell'incomprensione, della prevenzione, dello scandalo. Tracciando un bilancio conclusivo della propria vita, l'apostolo Paolo dirà: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede". Avrebbe potuto aggiungere tranquillamente: "Ho conservato un cuore di carne", la cosa che più conta. Infatti una fede conservata e messa al sicuro in un cuore di pietra non avrebbe alcun valore e alcun peso di fronte a Dio. Sarebbe una fede mummificata, senza più alcun palpito di vita, sì, appunto la vita! Una vita, che talvolta dovrebbe essere vissuta tenendo presente il principio della sproporzione, o meglio la legge della inadeguatezza. Nel nostro apostolato deve apparire la sproporzione tra i mezzi umani e il fine da raggiungere. Deve manifestarsi in piena evidenza l'inadeguatezza, l'insufficienza dello strumento umano. Guai quando uno si ritiene all'altezza del compito che gli è stato assegnato, della missione che intraprende. La Sacra Scrittura - si vedano a tal proposito i capitoli 6 e 7 del libro dei Giudici, dove leggiamo un episodio particolarmente illuminante - ci dice che Dio si ritira, percorreva strade che niente hanno a che vedere con le nostre imprese. Dio ha bisogno di una cosa sola: la nostra unione a lui nell'umiltà e nell'amore. Lezione impegnativa, ma anche consolante per la situazione di difficoltà che oggi stiamo vivendo. Non dobbiamo lamentarci delle situazioni penose, delle opposizioni, dei contrasti. Non dobbiamo disperarci per i mezzi di cui disponiamo e che appaiono insufficienti, modesti, e magari per qualcuno, scarsamente visibili. Non dobbiamo deprimerci se veniamo ignorati, se otteniamo scarsa considerazione presso la gente che conta. Soprattutto dobbiamo resistere alla tentazione di puntare sul numero, sulla quantità, sugli appoggi, sui privilegi, sulle leggi "favorevoli". Ciò che dobbiamo piuttosto rinnegare è la supponenza, la presunzione, l'arroganza, le prove di forza. Se noi battiamo altre strade rispetto a quella della croce, andremo a sbattere inevitabilmente contro il muro dell'insignificanza e ci troveremo con le mani vuote e la testa stordita dal fumo della nostra superbia.
Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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