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Non è ormai esperienza rara anche nelle nostre parrocchie, nei nostri "oratori", se così possiamo definirli, incontrare ragazzi "difficili", sempre più caratterizzati dal disagio e da atteggiamenti violenti! Si badi bene, non voglio dire che i nostri ambienti siano il Bronx, ma sarebbe salutare uscire anche dall'ingenua concezione dell'oratorio come isola felice dove possiamo trovare solo il bene, il giusto, il bello, selezionato dei nostri ragazzi. I nostri ambienti raccolgono i figli dell'oggi, in tutti i suoi aspetti: i ragazzi buoni, generosi e disponibili, ma anche quelli che portano con sé le fatiche educative, le solitudini, le fragilità familiari e le chiusure, i rifugi nel mondo virtuale... In parrocchia non entrano solo "i nostri", ma anche quelli delle "periferie esistenziali", gli stranieri che a malapena spiccicano qualche vocabolo in italiano, perché anche loro devono ricevere le attenzioni umane, educative, cristiane in ambienti, i nostri, spesso abbandonati dagli adulti super indaffarati. Dunque capita di vedere violenza anche nei nostri ambienti: quella che si mostra a livello verbale, nel gusto della sfida ad un mondo adulto che appare sempre più lontano e indifferente; capita di incontrare ragazzi che si organizzano in cricche più o meno raffazzonate per andare in spedizione punitiva a malmenare un ex amico che "un anno fa ha parlato male di mio padre". Capita, già! E che succede poi? Succede che siamo impreparati, spesso, a gestire il conflitto, la rabbia portata dentro e gridata attraverso eccessi che spesso il nostro buon pensiero fatica ad accettare; succede che la miglior soluzione allora è l'isolamento, il chiudere fuori senza capire. Perché non c'è tempo di spendere tempo a cercare di capire, quando, sotto sotto, un po' di paura ce la fanno davvero e quando ti immagini già le orde di genitori degli "altri" che vengono a dirti che "certa gente in parrocchia non dovrebbe neanche entrare" perché "il luogo per affrontare le fragilità non è questo...". Noi le fragilità non le amiamo molto perché ci accorgiamo che ci scomodano parecchio in quanto a coerenza evangelica ed umana del nostro vivere. Di recente mi sono trovato in situazioni difficili dove avvertire la mia fragilità davanti alla violenza mi ha fatto avere paura, mi ha fatto pensare di reagire subito con la rabbia e con la forza oppositiva, difensiva, esclusiva e dissuadente, ma dove mi sono accorto che il Vangelo non chiede esattamente questo. Certo, poi subito sorge la fatica di capire dove è il limite tra misericordia e accoglienza da un lato, e rispetto ed educazione dall'altro. E in mezzo alle due tifoserie di adulti che inevitabilmente si schierano, ci sei tu, prete, genitore, insegnante, allenatore, capo, che devi fare i conti con la salvaguardia dell'ambiente educativo e la possibilità dell'accoglienza. Un limite va fissato, condiviso, e non deve essere possibilmente superato, ma dobbiamo stare attenti a non fare di tutta l'erba un fascio. Certo che vorremmo tutti la parrocchia perfetta, i fi gli perfetti, la famiglia perfetta; ma che cosa significa per noi "perfetto"? "La nostra perfezione è saper accogliere l'imperfezione": me lo ha detto pochi giorni fa un mio parrocchiano, Carlo, amico e fratello non più giovanissimo, e da allora queste parole non smettono di ronzarmi in testa. A complicare il quadro, il fatto di non avere mai una ricetta preconfezionata da applicare, perché ogni storia è storia unica! Anche la storia di uno straniero... E se ogni storia è unica, dobbiamo rimboccarci le maniche, "armarci" di buona volontà, e partire verso una collaborazione più fattiva, meno brontolona e meno "frastagliata" secondo sigle, che spesso contraddistinguono i nostri ambienti parrocchiali. La tentazione è quella di opporre potenza a potenza, senza neanche considerare che invece l'educazione è un incontro di fragilità, o almeno così credo!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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