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É arrivata anche l'estate, messo in archivio l'anno scolastico, con qualche inevitabile strascico per gli esami di Stato che tanti nostri ragazzi faranno, sentiamo dire da più parti: ora si vive!
Ma "vivere", anche per noi sacerdoti, non è solo "passare del tempo". Vivere non è neppure un fare disordinatamente tante cose, che non hanno senso, neppure se avessero un contenuto accettabile. Non è detto che "fare tanto" sia lo stesso che "fare bene".
E direi che oggi, almeno per quanto si vede, tanta parte degli uomini brucia l'intera esistenza per procurarsi qualcosa che sicuramente luccica, riempie la pancia ma poi si rivelerà, e spesso si rivela subito, per quello che è veramente: un pugno di polvere.
L'estate è anche tempo di scelte, scelte che spesso e sovente costano. Sembra che anche qui ci sia di mezzo l'uso proprio o improprio dei talenti. C'è chi usa dei talenti avuti da Dio per fare del male, per danneggiare, volenti o nolenti, il proprio rapporto con Dio e con gli uomini.
Ma il vivere è, e rimane, una consegna: abbiamo ricevuto in consegna "una missione", con una buona, checché ne dica qualcuno, dote di talenti da sfruttare per il bene nostro, degli uomini e per la gloria di chi ce ne ha fatto dono: Dio. La vita è "una vocazione ed una missione".
Gesù nel Vangelo, sottolinea la saggezza e la bontà del Padre, che, nel farci il dono della vita, ci ha dato "i talenti", secondo il Suo Cuore (Mt 25, 14-30). Parla di un uomo, che partendo chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni... Chiamò e consegnò a ciascuno secondo la sua capacità.
Poche parole, che dicono della "dote", che ciascuno dispone per fare della propria vita una esperienza di dono, di gratuità.
Avere la coscienza di essere chiamati dal Padre deve - o dovrebbe - far sorgere una quotidiana domanda: "Che cosa chiede a me? Quali talenti o capacità mi ha dato per fare fruttare la mia vita?"'. Da cui una domanda conseguente: "Quale indirizzo da dare alla mia vita? Cosa debbo fare?".
Una cosa è certa: non possiamo ignorare di avere tutti doni o carismi, ossia capacità che sono il bello della nostra vita qui e, se realizzati nella carità, "una corona di gloria".
Più di una volta, mi è stato chiesto in cosa consiste la serenità. Guardando alle tante persone che mi hanno accompagnato posso dire che la serenità è qualche cosa che ti supera e che ti è donata sempre! In molta parte, la serenità dipende dal fatto che "ci si sente a casa", quella che Dio ha stabilito e manifestato nell'obbedienza o attraverso le circostanze che la vita ci off re copiosamente.
Non basta però avere la coscienza della propria chiamata, occorre anche saper scoprire i tanti talenti che Dio ci consegna. E questi talenti, è bene ricordarselo, non sono dati per creare un trono alla superbia, o di superiorità, ma per il bene di chi li riceve; neppure ammettono di essere gelosamente nascosti, per non correre rischi, e tanto meno ignorati, come se non ci fossero!
Guardandoci attorno, anche nelle nostre comunità, a volte si ha l'impressione che troppi di noi assomiglino a casseforti, che custodiscono tesori, che non servono a nessuno.
Quanto bene si potrebbe vedere attorno a noi e in noi, se solo le nostre "casseforti" si aprissero!
Solo chi non conosce l'amore assomiglia al servo del Vangelo, che risponde: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato". Lui come tanti di noi, non ha capito nulla di Dio, il cui vero volto è quello di Padre.
C'è gente che si fa spaventare dalle grandi difficoltà del nostro tempo, dimenticando che Dio è nostro alleato, nostro amico, e compagno di strada.
E se in questi mesi di calura, qualcuno fosse tentato di dire rispetto a ciò che è e che ha fatto che "sono buono a niente", ci ripensi... Tutti siamo chiamati ed abbiamo carismi capaci di costruire lo stupendo mosaico della civiltà dell'amore, anche a Carpi!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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