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Vedendo e sentendo discutere animatamente la nostra gente circa l'ondata di sbarchi di stranieri sulle nostre coste - i vari reportage che ci dicono per esempio che in un paesino in montagna nelle valli di Bergamo i richiedenti asilo superano gli stessi residenti - viene spontaneo chiedersi chi è il mio prossimo. Il prossimo, come in questi casi, fa problema. Proprio il prossimo che si vede, si sente, si tocca, si incontra, puzza, ci pianta i gomiti nello stomaco, è più difficile da amare che non Dio che pure è invisibile. Paradossalmente è più difficile "trovare" il prossimo che non Dio. É la grossa questione che impegna da secoli la teologia di Israele, divisa tra un universalismo astratto che dice di amare tutti, e un particolarismo selettivo, che indica i buoni, i giusti, quelli della tua razza, della tua fede, delle tue idee. Si intuisce che "amare tutti" può portare a non amare veramente nessuno! E lo dovremmo sapere bene noi cristiani: amare una categoria, un gruppo, escludendo gli altri, significa non amare affatto. Dovremmo a questo punto dotarci di occhi, cuore e mente simili a quelli di Gesù. Lui evita di fornire una definizione di "prossimo", forse perché la definizione lascia sempre fuori qualcosa o qualcuno, mente il suo messaggio intende "sempre" lasciare aperta la porta. E, soprattutto, più che mettere a posto la coscienza, Gesù tende a tenerla in allarme, a introdurvi costantemente la spina di una sana inquietudine, di un'equilibrata insoddisfazione. Fa capire che il prossimo non è un oggetto, ma l'incontro con due soggetti. Non si tratta di trovare il "prossimo" già bello e fatto, e scaricarci sopra un po' di pietà o elemosina, ma di "farci prossimo", ossia andare incontro. Perché il prossimo è sempre lontano! Lontano dalle nostre belle e comode abitudini, lontano dalle strade dei nostri interessi, simpatie, gusti, idee e programmi. Il prossimo è sempre distante: scostante, antipatico, cattivo, prepotente, indiscreto e immeritevole. Il prossimo non ci viene incontro, si impone. Non favorisce il contatto, è invadente. Non si rende amabile, perché ci toglie sempre qualcosa che è nostro. Anzi, sembra fare di tutto per renderci estremamente arduo il comandamento dell'amore! Il prossimo è lontano. E anche se ci è a portata di mano è difficile da vedere, da accettare, da sopportare. Ma se questa è l'evidenza, più o meno esasperata, di una situazione sotto gli occhi di tutti una soluzione c'è! Il prossimo diventa prossimo, ossia vicino, quando ci avviciniamo noi. Prossimo è colui che "rendo vicino" io, non stando al mio posto. É lui allora che ci sente "prossimi", "vicini". In altre parole: non siamo noi che scegliamo il prossimo. Ma è il prossimo che ci sceglie, ci provoca. Il prossimo va oltre le nostre prediche, i nostri libri, le definizioni, le classificazioni, i nostri gusti e le nostre simpatie. Ed è innegabile, a questo punto, che c'è una resistenza terribile da vincere, per accostarsi al prossimo. Amare vuol dire, precisamente, abolire le distanze. E sono distanze interiori, più che esteriori. Per avvicinarsi, occorre uscire fuori da se stessi. Spaccare il guscio delle proprie sicurezze, andare contro il nostro benessere privato, venire fuori dai nostri progetti, dai nostri schemi, dal tepore di una religiosità confortevole e gratificante. Soltanto così è possibile realmente incontrare l'altro, anche se l'altro ha mani, pelle, sguardi molto differenti dai nostri. "Chi è il mio prossimo?", non è solo una domanda ma implica un rovesciamento radicale di prospettiva: trattandosi di amore è necessario usare, adoperarsi per metterci in movimento e agire. Si voglia o no, per noi cristiani più che "sapere per fare" siamo chiamati a "sapere per amare".

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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