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In queste domeniche, abbiamo assistito a cambi di parroci, di vicari, nelle nostre comunità che ci raccontano quanto "confort" e "ostacoli" puntellino e siano compagni imprescindibili di ogni vocazione umana. In realtà, in ogni vocazione ciò che conta sono le decisioni, i gesti, le azioni, i risultati, non i pensieri che ciascuno porta con sé! Importa ciò che uno è diventato, ciò che rappresenta adesso per gli altri, non le sue paturnie. Mi pare di aver compreso, anche da quello che il Vescovo Francesco ha sottolineato in lungo e in largo nelle nostre comunità in festa, che il ruolo del prete consiste anche nel non essere eccessivamente ingombrante. Egli svolge una certa funzione di chiarimento, assai utile, e poi si tira pudicamente in disparte, lascia spazio a Dio. Accennare, indicare, segnalare, fornire qualche suggerimento, ma senza occupare troppo la scena. Essere presente, ma senza essere invadente. Dire alcune cose, ma poi permettere che sia il Signore a parlare al cuore di ognuno, senza pretende di fare da intermediario sempre e comunque. "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno..." (Gv 17,15). E' vero... si combatte a parole, contro la mentalità dominante, ma nello stesso tempo la si assorbe: basti pensare alla smania di apparire, alla ricerca spasmodica del consenso, al culto della facciata, all'allergia per la critica, al soffocamento delle voci dissenzienti. Insomma, diciamo spesso e sovente, di essere nel mondo, ma non del mondo. In realtà, all'atto pratico, questa distinzione appare piuttosto dubbia e la linea di confine è talmente labile da apparire posticcia e confusa. E non sto parlando degli altri, quasi che io fossi immune da quei pericoli. Ma non è così. Anch'io trovo estremamente difficile realizzare quell'equilibrio, e non sempre ci riesco. C'è il rischio, sempre dietro l'angolo di una separazione radicale, di un ripiegamento su se stessi, venendo meno alla funzione di lievito, sale, luce, forza trasformante all'interno delle nostre comunità. Ma c'è anche il rischio e pericolo opposto di lasciarsi assorbire dalla massa. Per evitare di essere fuggitivi, degli imboscati, si finisce per diventare degli integrati. Sì, è difficile rimanere dentro al mondo, prendendo al tempo stesso le distanze. Svolgere una funzione critica, senza perdere i contatti. Essere elemento di dissenso, senza interrompere il dialogo. Condannare, ma anche comprendere. Opporre dei no, ma badando a tenere una porta aperta, o almeno socchiusa. Essere intransigenti sui principi, senza per questo diventare intolleranti. Lottare per la causa della verità, rispettando le persone. Avere zelo, senza tuttavia trasformarlo in fanatismo. Si voglia o no, dobbiamo avere a che fare con ostacoli e confort, anche nella vita cristiana. Talvolta noi ci preoccupiamo eccessivamente di spiegare, istruire, fornire delle risposte, distribuire delle certezze. Dovremmo, invece, preoccuparci principalmente di costringere gli altri a interrogarsi, coltivare incertezze. Lo stupore nasce non di fronte alle spiegazioni, ma dinnanzi il mistero, a contatto con l'inspiegabile. Prima di andare a letto, sarebbe bello ripensare insieme alla frase di San Paolo che dice: "vi esorto... a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore...". Domandiamoci: ma questi prodotti, umiltà, mitezza, pazienza, sopportazione, sono ancora proponibili nel panorama cristiano d'oggi? Io ho concluso di sì, purché non si abbia paura di apparire sfasati rispetto alle leggi, alle mode.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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