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Noi siamo tanto bravi nel "fare"; ma questa corsa del fare ci porta a non sapere più dire, a non riconoscersi come dono. Dobbiamo, probabilmente, accettare di fare meno cose per vivere più vita; più in senso qualitativo, nel senso di quella qualità della vita di cui si parla tanto. É solo l'accettare questo meno, che è un più, che non ci farà rimpiangere il non fatto, ma ci permetterà di accontentarci del vissuto che è già tanto denso, profondo, spesso. Sta forse qui il senso della Giornata del Dono che abbiamo ricordato con Papa Francesco lunedì in udienza a Roma.
Perché, se è vero che abbiamo tanto da fare, è vero anche che dobbiamo, prima di tutto, vivere, dare precedenza alla vita. Non importa quello che faccio; importa come vivo: importa, attraverso il lavoro che mi trovo al momento tra le mani, vivere la vita in tutta la sua densità. Allora si toccano quei momenti di pienezza, in cui pensare al dopo, al lavoro non fatto, a quello che resta da fare, non ha senso. Si avverte di avere fatto tutto perché si tocca una dimensione di assoluto. É il senso felice dell'arrivo che non si oppone al senso del cammino perché ogni arrivo è una tappa di un'ulteriore crescita, ma anche ogni tappa è un arrivo nel già raggiunto infinito.
Allora il vivere, lo spendersi come dono, non è più insofferenza, fuga da, ma reale speranza: corsa verso. É la dimensione del dono che può riempire di senso tante nostre liturgie, tante nostre consacrazioni. Noi consacriamo ogni genere di cose: battezziamo bimbi di genitori che non si riconoscono in una appartenenza ecclesiale, comunichiamo solennemente ragazzi per i quali la prima comunione è anche l'ultima, impartiamo l'estrema unzione a persone in coma che hanno vissuto lontane dalla pratica
religiosa, sposiamo con grande pompa gente per cui il matrimonio è tutto (fantasia, incoscienza, etichetta, abitudini) fuorché il segno dell'amore di Cristo per la sua Chiesa e della Chiesa per Cristo.
Il vero sacrificio, il vero dono non è una cerimonia, ma è un fare il sacro, cioè riempire di Dio, riempire d'amore. E tutti, grandi e piccoli, sono responsabili di riempire il mondo d'amore, di metterlo in azione. Comunicare, perdonare, non è il privilegio dei preti, è la responsabilità di tutti i cristiani, che devono imparare a dividere e a condividere.
Al di là delle rappresentazioni che facciamo e che faremo del dono, la vera icona per noi cristiani del dono rimane ancora lei, Maria. Tutti protestano, ricusano, obbiettano, si sentono indegni, sono troppo occupati o incapaci, celibi o mal maritati. Ma a voler bene guardare, una volta una fanciulla di quindici anni ha detto: "Ebbene, eccomi, non capisco niente, ma sta benissimo, accetto di crederci e di donarmi". Vi ha creduto. Ha creduto possibile che, senza far niente di straordinario, occupandosi delle faccende più umili, pregando, amando, soffrendo, a forza di pazienza, a forza di credere e amare, un giorno la salvezza del mondo potesse venire da lei e che la sua casa potesse, contenere comodamente tutti noi.
Penso che per giudicare ognuno di noi sarebbe sufficiente disegnare il cerchio dei suoi interessi, degli interessi che trasmettiamo e alimentiamo nelle nostre giovani generazioni. Dove si trova Dio? Si trova nel nostro dono, si trova al termine del nostro impegno e mai al termine dei nostri ragionamenti, o delle mie convinzioni mentali.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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