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Inizieremo tra poco gli incontri nelle zone pastorali del nostro settimanale, incontri che speriamo siano luogo della nostra presenza. La parola, certo, è necessaria, ma sarà importante che i gesti e gli sguardi significhino ancor di più una nostra presenza. Una presenza tangibile che spesso, come abbiamo avuto modo di verificare, è una presenza di chi a volte si sente emarginato. Persone spesso ferite, talvolta con poche speranze, con poca fiducia in se stessi e specialmente negli altri. Spesso si nota la presenza di nostri abbonati anziani che si lamentano del fatto di essere effettivamente degli emarginati, che si contrappongono alle nuove generazioni, ai giovani. È triste notare che gli anziani di una comunità tendono spesso a dimenticare quello che c'è di più bello nella loro stessa comunità, e ancor peggio nella loro vita. Sono troppo presi da compiti faticosi, oppure, ed è ancor peggio, sono caduti nelle rotaie e sul binario dell'abitudine. Hanno perso la grazia della meraviglia. Hanno bisogno di essere rinnovati dall'ascolto della meraviglia dei più giovani che si sentono chiamati ad impegnarsi nelle nostre comunità. Una delle più grandi tristezze è che un anziano accusi un giovane di ingenuità e condanni il suo entusiasmo e la sua generosità. L'entusiasmo e la meraviglia dei giovani, uniti al concetto di fedeltà, con una saggezza tutta da costruire e la capacità di ascolto degli anziani, fanno sì che si possa guardare al domani con ritrovata speranza. A voler ben guardare una nonna, o un nonno, sono sempre rinnovati dai loro nipotini, e nelle nostre comunità occorrono "nonne e nonni" che abbiano più tempo per meravigliarsi. Penso che sia una piacevole sorpresa ritrovarsi nelle nostre comunità in festa attorniati da età molto "scalate", dai giovanissimi fi no ai molti vecchi. È lo spaccato di tante nostre famiglie dove c'è una complementarietà che mette serenità e pace. Per ritrovare speranza, si ha bisogno più che mai di sentirsi amati, è solo attraverso lo sguardo accogliente di un altro diverso da te, che ci si può riscoprire a poco a poco ancora validi e capaci di un'azione positiva. Accogliere è sempre rischiare, disturba quasi sempre. Accogliere non è per prima cosa aprire la porta della propria casa, ma aprire le porte del proprio cuore, e con questo rischiare. È prendere, sostanzialmente, l'altro all'interno di sé, anche se è una cosa che disturba e toglie sicurezza; è preoccuparsi di lui, essere attenti, aiutarlo a trovare il suo posto, è cogliere appieno il frutto della meraviglia magari ormai sopita. Ci sono molte persone che parlano di quello che fanno, ma fanno poco di quello di cui parlano. Altri fanno molto ma non ne parlano. Sono loro che di fatto fanno vivere le nostre comunità. Molto spesso è il primo gesto di accoglienza che è importante e certamente non c'è niente di peggio che accogliere facendo uso e adoperando l'adulazione; è un modo terribile di soffocare sul nascere la pianta dell'amore e della condivisione. Essa uccide quelli che vogliono una reale vita vissuta nel dono. L'adulazione è un veleno che, se si radica in profondità, rende malato tutto ciò che ci attornia. Le persone che si credono profetiche e che sono riconosciute tali sono generalmente pericolose; le "vere" persone profetiche sono quelle che vivono e agiscono senza sapere di esserlo, facendosi realmente e concretamente "meraviglia", basti pensare alla nostra venerabile Mamma Nina. Accogliere e meravigliarsi è ancora più che ascoltare.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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