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Quale giornale vogliamo? Domanda che non può avere, considerati i tempi, un'unica risposta. Gli interlocutori sono tanti: innanzitutto gli abbonati, poi i lettori, che negli ultimi anni hanno dovuto sobbarcarsi le pene di un recapito postale, inefficiente che ha creato e sta creando incertezze, che non garantisce specie nei luoghi più distanti che il settimanale, giornale di informazione, sia tale. Poi, esiste il delicato rapporto che lega i parroci alla realtà del giornale diocesano, che, ben inteso, dovrebbe essere sostenuta dagli stessi ma che in realtà è poco supportata a favore di bollettini e di foglietti che secondo il loro parere legherebbero di più con il territorio. Il problema è più radicale. Ognuno non solo è diverso, ma è "unico", cioè è molto più che diverso. E certamente non può essere clonato. L'essere diversi l'uno dall'altro è probabilmente il carattere costitutivo, direi l'identità profonda sulla quale c'è molto da riflettere. Ma proprio per questo l'avere e sostenere il settimanale diocesano dovrebbe essere fondamentale. Siamo dentro il paradosso che è la tensione tra l'uno e il molteplice, tra unità e singolarità. Noi, come giornale, come redazione, questa tensione tra unità e singolarità la viviamo quasi quotidianamente specie come membri del corpo della Chiesa. E' una tensione che ci "ordina" di riconoscere l'universale nel fatto locale, della singola comunità, perché ogni "isola" abbia sempre con sé il "tutto" di cui è parte ma ci ordina al tempo stesso di informare sul tutto. Una informazione che ci confinasse nel territorio come nostra esclusiva caratteristica eluderebbe il problema, e ci chiuderebbe nella nostra "isola" impoverendo l'isola stessa. Da qui una "identità complessa" che dovremmo tutti, e dico tutti, tenere presente. Sostenere il nostro giornale diocesano vuol dire essere disponibili, condividere con tutti gli scorci di una vita vissuta nella singolarità. Un'identità che non è possibile stabilire una volta per tutte ma che chiama sempre in causa tutti gli elementi, anche i più contraddittori. Del resto l'essere dell'uomo è così. E noi non vogliamo avere una identità che ci allontani dall'umanità dell'uomo. C'è una contraddizione anche nell'essere giornali di Chiesa, di una Chiesa che è sì splendida e terribile come un esercito schierato a battaglia ma è, al tempo stesso, pellegrina che cammina nella storia con lo stesso passo dei pellegrini mescolandosi ad essi e impolverandosi le scarpe come tutti, condividendo con loro qui, ora, le paure e le speranze. E' su questo confronto "straziante" dell'isola e del tutto che si fonda una cultura, che forma settimanalmente il nostro giornale d'informazione locale, ma è anche qui che esso si qualifica. Ogni altra definizione, ogni altra scusa (del tempo che non si ha, di mancanza di notizie) risulterebbe strumentale e, comunque, non umana. Oltretutto non farebbe cultura! Che poi il settimanale debba essere ben preparato ad usare lo stile e le regole della comunicazione moderna questo è certamente importante - e, consentitemelo, lo ha dimostrato ampiamente -, ma secondario. Che il nostro lavoro si svolga in serena autonomia è importante, ma secondario. Il problema primario è di sostenere concretamente il giornale: certamente con l'abbonamento ma soprattutto collaborare, condividere ciò che facciamo singolarmente legandolo all'unità di una Chiesa diocesana. Verrà il giorno in cui, dopo la grande ubriacatura dei mass media, dei social, di messaggini, di twitter, la gente, la nostra gente sentirà il bisogno di rivolgersi a fonti di informazione più pure, anche se modeste, e non le troverà più perché non si sono capite fi no in fondo, le opportunità off erte dal "proprio giornale": è successo recentemente nella vicina Modena, nella vicina Mantova... E' in vista di questo che insieme, sacerdoti, abbonati, comunità, dovremmo fare progetti. Progettare significa guardare oltre, oltre quello che l'oggi ci off re. Oltre anche le angustie dell'oggi, che ci stanno inesorabilmente spegnendo.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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