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"Non facciamoci del male". Questa e altre simili battute abbiamo ascoltato e ci siamo dette tra di noi dopo l'intervento del prete di Bologna. Eppure senza ipocrisia, bisognerebbe constatare quanto siamo selettivi nel giudizio che riguarda gli altri e "dimenticoni" quando dobbiamo guardare noi stessi. Sembriamo, più o meno, degli specialisti di botanica. Un mestiere che qualcuno tra di noi farebbe tanto volentieri, offrendo anche gratis le proprie prestazioni. Un mestiere, visto quello che circola sulla rete, che piace più di ogni altro. Riteniamo di essere specialisti in materia. La "botanica" sembra esser il nostro forte. Ecco la "pianta buona", ed ecco la pianta cattiva. Questi i buoni, quelli i cattivi. Ci sono i "nostri" e quegli altri, ossia i nemici. I vicini e i lontani. Le persone fidate, e quelle poco raccomandabili, da cui stare alla larga. Noi, i fedeli, gli obbedienti, i devoti, i praticanti, la parte sana. E i "poco di buono", i ribelli, i disordinati causa di tutti i mali, gli altri. Tra di noi ci sono persino i super esperti capaci di distinguere tra i preti come-si-deve e quelli che sono preti-per-modo di dire. Insomma, tra i sacerdoti doc e altri scarsamente affidabili. Basterebbe che Dio ci facesse un cenno, e ci precipiteremmo con i forconi e con le forbici ben affilate a fare pulizia, a mettere un po' di ordine, altrimenti non si capirebbe più niente, e le cose si complicherebbero sempre di più. Si dice: posizioni chiare ci vogliono, confini tracciati con estrema precisione. Bisogna pur stabilire una volta per tutte chi è dentro e chi è fuori. Andiamoci piano con gli abbracci, le benedizioni e la tolleranza. Per evitare pericolose confusioni servono le "scomuniche", le esclusioni, le squalifiche. Senza ripensamenti. Il guaio è che Dio quel cenno non si decide a farlo. E noi, poveretti, siamo costretti a tenere a bada la nostra impazienza, ad ingoiare le sentenze definitive. Dobbiamo soffocare la nostra smania di separare, vagliare, discriminare, fare la cernita, la conta. Pare proprio che di quel mestiere Lui sia particolarmente geloso. Lo rivendica esclusivamente a sé. Non intende concederlo, neppure parzialmente in appalto a nessuno, preti compresi. Si ha l'impressione che non si fidi delle nostre "cure", dei nostri diserbanti, delle nostre maniere fin troppo spicce. Con tutta evidenza, Lui non gradisce i fanatismi, i furori televisivi, le chiacchiere da inquisizione che spesso e sovente facciamo sul sagrato delle nostre chiese. Dio, oltre ad esser padrone della sua chiesa, del suo campo, è padrone fortunatamente anche del tempo. Il tempo gli appartiene: un tempo segnato da pazienza. Intendiamoci, non è che la vista del male, del menefreghismo, del tutto e subito, gli faccia piacere. Tutt'altro. Né ci impedisce di condannare il male, di chiamare errore l'errore, o il peccato peccato. E nemmeno ci impone di stare a guardare rassegnati, impotenti e magari complici di ciò che di male si combina. Piuttosto, si oppone al falso "zelo" intempestivo, ironico, di certi suoi emissari che vorrebbero sistemare le faccende subito e velocemente. Pare suggerisca un'operazione diversa: accorgersi del male prima che questo abbia compiuto guasti irreparabili, prevenire, togliergli spazio, farsi trovare lucidi ed attenti. E se è più facile denunciare che testimoniare, più facile protestare che darsi da fare, più facile scandalizzarsi che battersi il petto, rimane la possibilità per tutti di abbassare coscientemente la schiena per cercare di produrre qualche cosa di diverso. Dio ha tempo, Dio dà tempo, Dio ha "bisogno" di tempo, Dio sa aspettare. In fondo tutti noi siamo frutto della sua pazienza...

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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