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Si è conclusa la prima Giornata dei poveri voluta da Papa Francesco. Penso sia stata chiara a tutti la necessità di fermarsi concretamente, anche nelle nostre realtà, e porsi la domanda di quel famoso dottore della Legge cocciuto, pedante, cavilloso nel Vangelo di Luca: "Ma chi è il mio prossimo?" (Lc. 10,30). Quella domanda apparentemente capziosa ha provocato una risposta che mette in luce uno degli aspetti essenziali e originali della carità raccomandata da Papa Francesco. "Ma chi è il mio prossimo?" chiede lo specialista della Legge. Dopo aver raccontato la parabola del buon Samaritano, Gesù rovescia la domanda: "Quale dei tre ti pare sia stato prossimo a colui che si è imbattuto nei ladroni?". La cosa è importante perché esige un'attenta considerazione. Gesù non risponde a questa domanda. Ne pone piuttosto un'altra, dopo aver presentato la situazione di un poveraccio ferito, sanguinante, stordito dalle percosse. Ossia bisogna spostare il centro d'interesse. Il dottore della Legge si colloca al centro e pone gli altri attorno a sé. Questo centro non è l'io, ma chiunque si trova sulla nostra strada e ha bisogno di soccorso, di comprensione, di amore. Il problema fondamentale anche per noi non è quello di sapere chi è il nostro prossimo, ossia gli individui che ci "permettano" di esercitare la carità. Il problema essenziale è di "farsi prossimo", spostando il centro di interesse dall'io agli altri. Il Samaritano non ha pensato: "Che cosa mi accadrà se aiuto questo disgraziato? Perderò tempo, sprecherò energie, magari incapperò anch'io nei briganti..."; ma si è domandato: "Che cosa succederà a questo disgraziato se io nego il mio aiuto, se io tiro dritto, se chiudo gli occhi e faccio finta di non vederlo?". Ecco lo spostamento del centro d'interesse. Il Samaritano si è collocato nella prospettiva giusta: ossia dalla parte dell'altro. Dunque, oggi come ieri, non si tratta di sapere chi devo amare, ma di rendermi conto che tutti hanno diritto al mio amore, alle mie attenzioni. Il "bisogno" è un titolo sufficiente per qualunque individuo ad avere il nostro amore, le nostre attenzioni. Dobbiamo accostarci, farci vicino, "prossimi" a tutti, specialmente a quelli che a torto o a ragione consideriamo i più lontani. L'amore cristiano elimina ogni e qualsivoglia distanza, perché ci costringe a farci prossimi a chiunque incontriamo sul nostro cammino. Che si voglia o no, materia di riflessione, di esame e di rimorso. Spesso ci accusiamo delle mancanze contro la carità, troppo poco! Le nostre colpe vanno ben oltre. C'è tutto un campo in cui le nostre omissioni, i nostri "reati di non amore" sono davvero grandi. Forse non ci abbiamo mai pensato: ma siamo colpevoli di non aver creato gesti di carità. Sì, perché non possiamo accontentarci di "mancare contro la carità". Dobbiamo essere creatori di amore, farci realmente e concretamente "prossimo". Quante scuse siamo sempre pronti a sfornare per giustificare i nostri "reati di non amore". I difetti, le mancanze, la cattiveria degli altri. Diciamo un prossimo così poco amabile. La nostra carità, spesso, è mescolata a troppe scorie che la rendono opaca e lontana dal modello divino. La tentazione di una certa superiorità, una certa abitudine a giudicare e a condannare, un certo "interesse", certi secondi fini nel praticare la stessa carità, compromettono la genuinità del nostro amore cristiano. Occorre imparare ad amare "per niente", in maniera gratuita, senza aspettarci nulla, senza pretendere nulla. Prendiamo, magari, una buona abitudine: quella di iniziare la nostra giornata, dicendo: "dacci oggi il nostro amore quotidiano... Fa' o Signore che sia un buon prossimo per tutti quelli che incontro". E sarebbe il vertice del nostro essere cristiani.

Ermanno Caccia

 

Diocesi di Carpi

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