Slide background

Rieccoci con un nuovo anno liturgico, rieccoci a vivere l'Avvento. Si dice che "anno nuovo, porta con sé vita nuova". Ma le cose non stanno proprio così. In realtà ha ragione San Paolo quando, rivolgendosi alla comunità di Corinto, afferma: "Se uno è in Cristo, è una creatura nuova...". E noi ci illudiamo che bastino le novità a farci nuovi! Siamo desiderosi di novità! Non possiamo farne a meno. Ne sperimentiamo sempre... di nuove. Eppure anno dopo anno, Natale dopo Natale, non riusciamo a diventare "una creatura nuova". Sotto il rivestimento esteriore delle cose nuove, ci portiamo dentro una serie di chincaglierie vecchie che non si decidono a "passare". C'è in noi un vecchiume che resiste ad ogni trasformazione radicale. C'è in noi un mondo che non si rassegna a morire. Andiamo a cercare il nuovo ovunque meno che "in Cristo". Ci facciamo spingere da tutte le mode, ma non dal suo amore. Ci sono cristiani che vengono fuori dal confessionale più invecchiati, appesantiti. E altri che, quando tornano nei banchi dopo aver fatto la Comunione, sembrano voler custodire, invece che un "germe" di vita nuova, le vecchie insopportabili abitudini. Certo, come la nostalgia del passato può mascherare l'insicurezza, così il rincorrere le mode può essere segno di instabilità. "Essere in Cristo" significa all'inizio di un nuovo anno liturgico, che non può essere considerato nuovo solo per un fatto cronologico, accettare la vita che nasce dalla morte. Accettare l'antico che fa esplodere la primavera. L'essere nuovi non nasce necessariamente dalla novità. Anzi, può essere qualcosa di antico. E il passato non lo si custodisce racchiudendolo nelle "cose vecchie", ma innestandolo nella corrente della vita. E' sempre un "fuori programma". Una fede tutta "punti esclamativi" e "punti fermi", che elude la necessità dei più utili e corposi punti interrogativi, non è una cosa seria, dà l'idea di una recita, di una finzione. E il Natale, l'Incarnazione, è tutto tranne che una finzione. Le domande servono a noi, per fare chiarezza nella nostra vita, per trovare il senso del cammino. Ma, paradossalmente, le domande che ci aiutano a percorrere un itinerario di fede, a fare un po' di luce, sono proprio quelle che non ottengono risposta, che non danno risposta. Siamo graditi a quel Cristo anche nel procedere a tentoni, ostinandoci a cercare, nonostante tutto, sfiorando, magari, l'abisso del nulla. E' necessariamente non dormire su guanciali comodi. Il cuscino, come metafora, ci racconterebbe delle volte in cui la Chiesa ha gridato al disastro, alla catastrofe, e ha pregato, implorato per scongiurare certi eventi funesti; o ha indetto cerimonie riparatrici, non accorgendosi che quegli sconvolgimenti, quelle perdite, non erano che provvidenziali liberazioni. E che il miracolo consistesse proprio nel non impedire lo sconquasso. Il cuscino ci aprirebbe gli occhi sul fatto che proprio noi, agitati, affannati, sperimentati navigatori, siamo in realtà dei dimenticoni, dei miopi lupi di mare. Iniziare a camminare nella fede vuol dire anche fare l'esperienza della lontananza di Dio, del suo silenzio ostinato, del suo apparente esilio. Un esilio che, con coraggio, potrebbe diventare scoperta di luoghi e spazi inediti per essere concretamente in Cristo.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

all rights reserved

powered by duemmeweb