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Non è per niente facile parlare ai ragazzi e ai loro genitori da credenti. Sappiamo noi per primi di essere come siamo, cioè delle persone in cammino, e spesso dalla fede piccola e dalla vita cristiana non sempre travolgente. Viene da chiedersi realmente e concretamente se c'è, allora, posto per la nostra testimonianza, anche se non possiamo presentarci agli occhi dei ragazzi come dei modelli di vita. Certamente sì, a patto che ci mettiamo ogni volta in cammino insieme e con loro. Rimane un problema centrale da risolvere che è quello di coinvolgere i genitori nel risveglio religioso dei loro fi gli. E bisogna pur dircelo: molti di loro non sono preparati; spesso hanno delle idee religiose confuse o addirittura sbagliate, spesso sono spiazzati di fronte al modo di fare al giorno d'oggi. Ma si voglia o no, sta di fatto che la nostra catechesi non può rivolgersi solo ai bambini e ai ragazzi, non sarebbe e di fatto non è efficace. Ciò che i ragazzi vivono in famiglia, il tempo che passano in famiglia, incide infinitamente di più di quello che passano in parrocchia o nei gruppi di scout o di Azione cattolica. Si sa, perché lo sto vivendo di persona, che i catechisti e gli educatori trovano difficoltà nel rapporto con i genitori. Qualcuno dice: "non mi sento preparato...", oppure: "i genitori non ascoltano uomini e donne come noi: se va bene, ascoltano solo il prete...". Eppure molti genitori fanno importanti scoperte durante l'anno di catechismo: si iniziano spesso e volentieri delle nuove relazioni, si fanno nuove amicizie, scoprono il volto di una Chiesa diversa, diventano loro stessi collaboratori del catechista e dello stesso sacerdote. "Voglio venire a casa tua". Così dice a Zaccheo Gesù; ma è il medesimo invito che Lui fa a noi, a ciascuno di noi, grande o piccolo. Ci vuole coinvolgere nella sua esperienza di vita, vuole costruire insieme a noi il suo regno, ma per farlo abbisogna di orecchi pronti all'ascolto. Bella impresa. Un certo numero di ragazzi praticamente dichiara chiuso il discorso sulla fede già all'età degli undici anni, e sceglie, nel disinteresse e nell'approvazione di noi adulti, altre strade. Sono ragazzi che dal momento che non vedono, non percepiscono motivi sufficienti per credere, oppure perché quel mondo non li ha mai realmente coinvolti. Dicono basta a un "gioco inutile", ci mettono una pietra sopra: smettono di andare a messa, di pregare, di pensare che la loro vita sia una faccenda da condividere in qualche modo con quell'Essere superiore chiamato Dio. Ma esiste e deve esistere anche un'ulteriore via verso la fede. Essa non nasconde le difficoltà che s'incontrano a credere e nemmeno quelle che derivano dalla crescita personale che, come possiamo intuire, è una diversa dall'altra. Una fede autentica che riconosce Dio per quello che è e che si può scoprire solo con la via della preghiera. Una via che superi una visione di Dio come una divinità astratta e lontana, un muro a cui è impossibile parlare. Una via che superi l'abitudinarietà. Una via gioiosa. Molto spesso oggi abbiamo la gioia senza Dio, o meglio, Dio senza la gioia. Tutto il contrario della festa. Ogni giorno, per noi cristiani, è festa. Riprendiamoci il lusso di sentire nostro il senso della festa e riprendendoci e scoprendo il senso della tradizione. La festa si potrebbe così ricollegare a una tradizione familiare e religiosa che si sta inesorabilmente perdendo. Rendiamoci conto, si voglia o no, che non appena la festa si allontana dalla tradizione tende a divenire "artificiale" e occorrono, per attivarla, altri stimoli; e allora non è più festa. Scopriremo che l'Incontro, la messa, la preghiera non esistono solo per alimentare la nostra pietà personale, ma diventano luogo della celebrazione e azione di tutta la comunità.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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