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L'uso del cervello ci porta necessariamente ad arruolarci nella resistenza. L'uomo libero, per di più cristiano, è necessariamente un resistente. La resistenza di cui parlo dovrebbe essere una dimensione fondamentale nella struttura del cristiano. Uno non può, paradossalmente, dirsi cristiano se non è resistente alle mode, alle ideologie, all'appiattimento generale, alla volgarità dominante, alla disumanità, alla corruzione del pensiero e del denaro corruttore. Resistente agli onori, ai privilegi, ai favori, a una fetta di potere, con cui il mondo cerca di comprare il suo consenso. Nella lunga pausa natalizia si è assistito ad un po' di tutto: alla decapitazione del Bambinello nel presepio sul sagrato della Cattedrale di Carpi, allo scioglimento del Parlamento, all'indizione contestuale dei comizi elettorali, al discorso di fi ne anno del Presidente della Repubblica, alla benedizione Urbi et Orbi di Papa Francesco, ai suoi mille e uno appunti che ci riguardano e infine, alla notizia di un libro indesiderato, farcito di sciocchezze che tiene incollati tutti al televisore. Di fronte ai messaggi più disparati abbiamo l'obbligo di ragionare. Di ragionare e resistere di fronte alle seduzioni degli idoli che imperversano dappertutto. Esiste un comandamento, una Parola, una delle Dieci, che non è ancora stata abolita. Parlo di onestà collegata con la giustizia. "Non Rubare". Una Parola che non è ancora stata epurata, non ha subito variazioni. Quindi rubare rimane un atto cattivo, azione disdicevole. Anche se, come si dice tra un caffè e l'altro, molti rubano; anche se parecchi si sono arricchiti e continuano a rastrellare, anche se qualcuno è riuscito, perfino, a farla franca. Ma si ruba in tante maniere: si ruba la speranza, si ruba pian piano la consapevolezza di essere uomini e non automi. Il comandamento ci aiuta a scoprire la legge elementare della decenza. Ci fa capire che le azioni sporche non riguardano solo il sesto comandamento, che si possono commettere "atti impuri" anche fornicando con l'indifferenza e con il "così fan tutti". Si deve necessariamente precisare: uno è uomo di fede nella misura in cui, tra le sue pratiche, non ci sono solo quelle religiose, ma trovano posto quelle del ragionare, dell'onestà, dell'integrità morale, della legalità, del rispetto del diritto. Riscopriamo ed auguriamoci questo all'inizio di un nuovo anno civile: riscopriamo il gusto di ragionare, il gusto e il piacere dell'onestà. Ritroviamo la gioia dell'approvazione della nostra coscienza, sperimentiamo il senso buono, vero, della libertà di camminare a testa alta, rivendicare il diritto/dovere di "farsi diverso". Il cristiano, se vuole salvare il proprio nome, non può che non essere un "resistente", ha il dovere di opporre una diga di fermezza e pulizia alla marea di fango che minaccia di sommergerci. Indigniamoci se necessario. Un atteggiamento alquanto in disuso, quando c'è, che dura per un tempo sempre più breve. Un po' di effervescenza, e poi le acque ridiventano stagnanti e ognuno torna a farsi gli affari suoi. Ci si abitua a tutto, si inghiottono i bocconi più indigesti. Eppure, se ragioniamo, materiale per indignarsi ce ne sarebbe in abbondanza. Speriamo che l'anno nuovo smentisca il vecchio cliché che ci siamo costruiti nel tempo: essere cristiani del "dire", mentre le azioni vanno nella direzione opposta. Ma esser cristiani del dire significa esser cristiani per modo di dire, e significa, soprattutto, essere uomini che non ragionano e non esser onesti, nemmeno con noi stessi.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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