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Riflettere sul mondo giovanile, anche in rapporto alla fede, è questione di primaria importanza. Educare oggi è difficile. Lo sanno i genitori e gli insegnanti. Anche trasmettere la fede è diventato più arduo. Lo sanno i catechisti. Da dove viene questa sfida che sta mettendo a dura prova gli educatori? Perché non sappiamo più far diventare adulti i bambini? Perché si sono interrotti i sentieri della comunicazione della fede tra le generazioni? Don Armando Matteo, in un libro dal titolo provocatorio, "L'adulto che ci manca", propone un'interessante interpretazione di questa condizione odierna. É cambiato qualcosa nell'immaginario che, per secoli, ha accompagnato il compito educativo. l giovani - secondo Matteo - si sentono orfani degli adulti e gli adulti vivono il desiderio di sembrare giovani, il più a lungo possibile. Oggi, alla notizia che una persona morta a settant'anni, è comune commentare: "É morto giovane!". E al cinquantenne che vorrebbe un avanzamento di carriera è normale sentirsi dire di pazientare... perché è ancora giovane! Nell'ultimo mezzo secolo, si è affacciata alla ribalta una generazione che, in pochi anni, grazie ai cambiamenti tecnologici, è passata dall'avere nulla al possedere tutto; l'aspettativa di vita si è prolungata ed è cresciuto un senso di fiducia nel fare e di euforia nel vivere la propria giovinezza che ha finito per incarnarsi nel mito del giovanilismo a tutti i costi. É la generazione del '68 e del '77, quella che ha sganciato il concetto di libertà da ogni vincolo, all'insegna del motto "vietato vietare"; quella che non vuole invecchiare perché ha riposto nel giovanilismo tutte le proprie aspettative. Miti e ideologie del Novecento sono tramontati. Il modello di vita riuscita dell'adulto è stato messo in pensione e al centro è stata posta la giovinezza, non più immaginata come tempo di passaggio verso il divenire adulto, ma come miraggio permanente. In questo contesto, come educare i giovani verso qualcosa, oltre la giovinezza? Come spingerli a dedicarsi a qualcosa per cui vale la pena di impegnarsi, se non c'è nulla di meglio che essere giovani? Centrato sul giovanilismo, l'adulto non capisce il malessere giovanile. "L'idea di fondo è che se sei giovane non ti manca nulla. La giovinezza è la grande macchina della felicità". Avvolti nel giovanilismo, gli adulti accrescono il malessere interiore dei giovani che si sentono superflui e scartati, in una società che non ha bisogno di loro. E questo va contro la verità della giovinezza, che è forza, che è novità, che è come una cellula staminale che porta in sé la necessità di divenire. Come si può confidare in una società che tiene le energie migliori nel freezer? Questo spirito giovanilistico condiziona pesantemente la trasmissione della fede: i nati dopo il '98 faticano a capire a che serva la fede una volta che si è diventati grandi, perché vedono che negli adulti la fede non è vissuta come momento essenziale, come fonte di pienezza e di felicità. Riflettere su giovani, fede e vocazione è questione di primaria importanza che chiama in causa gli adulti. Da un decennio, i Vescovi italiani sostengono che bisogna ripartire dagli adulti, rivangelizzare l'"adultità" perché torni a manifestare la propria capacità di accompagnare i giovani verso quel futuro che gli adulti attuali sembra vogliano tenere tutto per sé. E' questo il nodo da sciogliere. La confusione degli adolescenti (e non solo) nasce da qui, dall'assenza di "adultità", che è la madre di tutte le crisi di questa nostra epoca. Meditiamo... meditiamo.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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