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   Una pubblicità mostra un uomo e una donna con l'aureola, lui in jeans e tatuato, lei con un vestito bianco e una collana di perline. Accanto si legge: "Gesù, che pantaloni!", "Cara Maria, che vestito!" e "Gesù e Maria, cosa indossate!". Ma per la Corte europea dei diritti umani queste immagini "non sembrano essere gratuitamente offensive o profane" e "non incitano all'odio".

   Con una sentenza la Corte di Strasburgo ha infatti legittimato e difeso l'uso di simboli religiosi nelle pubblicità e condannato la Lituania per aver multato l'azienda che si era servita delle immagini di Gesù e Maria su poster e internet a scopo pubblicitario. Secondo i giudici, infatti, la multa inflitta per aver "offeso la morale pubblica" ha violato il diritto alla libertà d'espressione dell'azienda. Ben consapevoli del potere (e dei rischi) che l'immagine detiene, in virtù della sua eccezionale forza simbolica, soprattutto quando va a incontrare il senso del sacro e dell'identità culturale, bisognerebbe interrogarsi seriamente su quale sia la strada da percorrere affinché la diversità dei modi di considerare la raffigurazione del sacro non ingeneri fastidiose cadute di gusto e di stile, che alla lunga potrebbero sfociare nella giustapposizione violenta, come il terribile attacco al giornale satirico Charlie Hebdo in un recente passato ha insegnato.

   Conosco l'obiezione. Questo è un caso limite, si vuole lanciare una provocazione, per così dire. Il guaio è che a forza di far passare tutto, passa anche ciò che non può passare! Nel secondo libro della Bibbia, l'Esodo, al capitolo 20, troviamo scritto il Decalogo, le dieci parole date da Dio a Mosè. La seconda di queste Parole così dice: "Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché Io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso" (Esodo 20,4-5). Qualcuno, anche dei nostri, ammonisce con gravità: "Bisogna pur rispettare le gerarchie, di significato e di importanza". Tutto sta a intendersi su quali siano le gerarchie a cui occorre riferirsi. Quelle dello spettacolo mondano o quelle del Vangelo? Quelle della politica e della diplomazia o quelle cantate dal Magnificat? Le immagini e la stessa lingua non sono fatte per parlare con un altro me stesso, con chi la pensa come me, vive dove vivo io, crede nel mio stesso dio. Non si ha bisogno di parole e di immagini con chi ci è più vicino. Le immagini e le parole diventano invece necessarie quando si ha di fronte l'altro nella sua alterità, nella sua intelligenza così simile ma così diversa dalla nostra, quando la "comunione" deve cedere il passo alla "comunicazione".

   Il problema è pur sempre quello dell'essere credibili oltre che dell'essere credenti. Il fatto in sé, quello delle immagini pubblicitarie sopracitate, e riferito ad un caso risalente al lontano 2012, potrebbe, come è successo, far sorridere i più. Ma il problema sta nel combattere contro l'indifferenza generalizzata che minaccia di infettarci, non basta "voler sapere". E non è sufficiente neppure lasciarsi scandalizzare, ferire. La questione deve portarci a una constatazione tanto difficile quanto dolorosa: anche questa faccenda mi riguarda. Mi interpella, mi tira in ballo, mi stana dal mio guscio "provato", mi fa uscire allo scoperto. Non posso giustificarmi, senza arrossire, affermando: "Io cosa c'entro in questa faccenda?". E neppure rifugiarmi nelle solite frasi di comodo: "Non tocca a me... ci pensino i responsabili". Tutti dobbiamo pensarci, perché tutti come cristiani siamo responsabili, sia pure a livelli diversi, siamo colpevoli di quello che sta succedendo. Insomma, la voce decisiva è pur sempre quella del verbo "fare". Fare qualcosa, magari poco, abolendo l'ignobile dichiarazione di resa che suona su per giù così: "Non c'è niente da fare".

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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