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In questo periodo è doveroso ammettere che la passione, malsana, del giudicare la fa da padrona. In ciascuno di noi l'istinto di giudicare è radicato in profondità, anzi oserei dire che nasciamo equipaggiati di uno scranno di giudice. In molti, fortunatamente, matura, però, la consapevolezza che l'assecondare quella tendenza rappresenti uno sbaglio ridicolo, che c'è alla fine della fiera ben altro di più utile da compiere nella vita. Come se non bastasse, ci sono poi alcune espressioni categoriche del Vangelo quali ad esempio: "...perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?" (Lc 6,39-45), a togliere il gusto di un mestiere piuttosto pericoloso. Ci sono degli ammonimenti del Cristo che mandano in frantumi il seggio di giudice che possiamo portarci attaccato. Saranno le elezioni, sarà la fiacca con la quale quotidianamente ci confrontiamo, ma qualcuno, nonostante tutto, coltiva amorevolmente questa vocazione e trova modo ed occasioni in abbondanza per esercitarla, magari sottoponendosi ad un logorante, quanto fastidioso "orario continuato" specie se il motivo di giudizio sono i preti. Ed ecco fiorire i tribunali ambulanti e permanenti. I segni di riconoscimento sono essenzialmente tre: implacabilità, contumacia da parte dell'imputato, presunzioni senza limiti. Quanto ad implacabilità: l'immagine più pertinente, forse, è quella del rullo compressore. Pesante e soverchiatore. Avanza e schiaccia alla cieca. Critiche e insinuazioni che abbracciano i campi più vari: dalle omelie al modo di svolgere il ministero pastorale o di gestire la parrocchia, fino alla credibilità. Ogni fase, un giudizio, ogni discorso, una mezza dozzina di imputati, ogni imputato, una condanna inappellabile, senza attenuanti. Questi tribunali ambulanti e permanenti hanno l'abitudine di giudicare sempre e soltanto in contumacia. Ossia l'imputato, il prete in questione, deve essere assente. Altrimenti loro perdono... il carisma! Quindi, processi a porte aperte per tutti, meno che per l'interessato. Il loro grande coraggio consiste nel non riuscire a sopportare un aperto e sincero "faccia a faccia". La loro carità fraterna sta nel demolire una persona, però avendo somministrato amorevolmente l'anestesia totale dell'assenza. Per far funzionare un tribunale del genere ci vuole poi una dose inimmaginabile di presunzione. Presunzione che si appropria indebitamente una funzione che il Signore ha voluto rigorosamente riservare a Sé. Il tribunale può giudicare tutto e tutti, anche quando è manifestamente incompetente. Ma guai a chi osa avanzare, a sua volta, una timida accusa nei suoi confronti. E' peccato imperdonabile. Bisognerebbe, ahimè, ricordarsi che la vita dei sacerdoti, indipendentemente dal loro modo di essere, è fatta di tanti impegni e tante relazioni a servizio delle comunità a cui sono inviati, impegni a cui sono aggiunte anche altre incombenze loro affidate dal Vescovo. Ricordiamoci pure, nei nostri tribunali ambulanti e permanenti, che non si sceglie il sacerdozio per essere migliori dei laici, ma per rispondere al mandato di Gesù, sentito come rivolto a se stessi: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi...", con tutto ciò che questa risposta comporta e con il modo di viverla richiesto dalla Chiesa, oggi. E ricordiamo pure che, essendo anche i sacerdoti esseri umani, molto giova a loro essere aiutati con la preghiera, l'amicizia, il rispetto, la collaborazione nell'esercizio del loro ministero. Non produce nulla di buono lanciare attacchi o insinuare dubbi e calunnie, cose tutte che non risolvono nulla, anzi complicano i buoni rapporti e la disponibilità al servizio. Provvediamo!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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