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Fioccano le domande, gli incontri, la propaganda elettorale rimane assorta nei punti interrogativi. Si ha l'impressione di un terreno minato, con ordigni che esplodono uno dopo l'altro. Ci aggiungiamo qualche nostra domanda che, ahimè, rimane per lo più senza risposte, perché a noi cristiani dichiarati viene imposto il silenziatore. Me ne rammarico, ma poi concludo che, ci fosse concessa davvero la possibilità di interrogare questi tanti predicatori, ben pochi ne approfitterebbero e la maggioranza sbufferebbe guardando certamente l'orologio. Vuoi l'inerzia, vuoi l'abitudine, il fatto è che non siamo stati educati a porre delle domande vere, scomode, o si è provveduto a disabituarci. La discussione è ritenuta un esercizio ad alto rischio. In questa campagna elettorale è capitato più di una volta che, come sacerdote, pensassi tra me e me che il prete viene visto da molti come un fornitore di risposte, non certo come un suscitatore di interrogativi. La verità è che non esiste un monopolio di risposte. Resto convinto che un vero educatore della fede, e non soltanto della fede, debba preoccuparsi di abituare gli individui a porsi delle questioni, confrontarsi con i problemi reali, frequentare incertezze, non accontentarsi di soluzioni prefabbricate, diffidare sia delle domande che delle risposte preconfezionate. Bisogna attrezzare i giovani, e non solo, ad esprimere, quando è il caso, il loro disaccordo; a dire, quando è il caso, che sono insoddisfatti, che le cose non sono così semplici come si vorrebbe far credere. È stato detto che tutti sono capaci di dare risposte, soltanto il genio riesce a suscitare domande. Bisognerebbe imparare da Giobbe, lui non ha esitato a scatenare su Dio un torrente tumultuoso di domande. Ed era una grandinata di domande provocatorie, aspre, non certo accomodanti, misurate, addomesticate. E Dio a Giobbe risponde ponendo una domanda, anzi una serie impressionante di contro-domande. Noi siamo abituati a pensare che Dio, e non solo Dio, abbia l'obbligo di dare delle riposte chiare, definitive, ai nostri interrogativi. E, invece, scopriamo che è Lui ad esigere da noi delle riposte. Sembra che Dio chieda a ciascuno di rompere il ghiaccio: con il sacrificio. Qualcuno obbietterà: sì, c'era una volta il sacrificio. No, rispondo io, c'era qualcosa di meglio: l'allenamento al sacrificio, la familiarità col sacrificio, la frequenza abituale del sacrificio, fosse solo per ragionare e non per sragionare! Il sacrificio, specie quello di ragionare, non veniva considerato come un intruso, un rompiscatole fastidioso, un odioso esattore di tributi che si chiamano fatica, sudore, rinunce, serietà, tempo, solitudine, sonno, difficoltà, ostacoli, contrarietà, durezze, disagi, incomprensioni. Al contrario, il sacrificio veniva accettato, insegnato come un prezioso, necessario, affidabile alleato per il conseguimento di una società e di una vita realizzata. Non era possibile "arrivare" senza sacrificio. Oggi, nel 2018, il sacrificio per ogni cristiano, per ogni cittadino si presenta ancora, lungo le nostre strade, a riscuotere i suoi pedaggi ineludibili, ad offrire la propria compagnia insostituibile. Ma la tentazione di ignorarlo, scansarlo, manco fosse un menagramo, è alta. Pur di evitarlo, si imboccano a rotta di collo pericolose scorciatoie di facilità. Il sacrificio di scegliere, fosse anche per il meno peggio, è il prezzo che dobbiamo pagare, e non possiamo assolutamente delegare al portafogli altrui questo costo. Scegliere è il prezzo che indica il valore reale del nostro esser cittadini, che ci permette di apprezzare, farla nostra quella libertà tanto sbandierata e poco vissuta cristianamente. Non è, infatti, il denaro che garantisce la proprietà di noi stessi, l'unico titolo di possesso valido è e rimane quello rappresentato dal sacrificio.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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