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Il termine zizzania, in ebraico, ha la stessa radice di Satana. E richiama, nel nostro vivere comune, l'idea di "disputare", di "dividere", del criticare sempre per il gusto di farlo. A voler ben guardare siamo portati, con i tempi che corrono, a posizioni nette, a porre confini ben precisi ad ogni questione e per ogni circostanza. Qui i buoni, di là i cattivi, questa e la verità, e, ahimè, questo e l'errore. Si direbbe che un difetto tipico delle persone cosiddette religiose sia il bisogno di far coincidere la virtù, vera o presunta poco importa, con la separazione, naturalmente attraverso dei confini visibili e definitivi. Si ha la pretesa di sradicare il male, classificandolo, etichettando esattamente le persone quasi fossero prodotti di un supermercato. Se certi moralisti, magari travestiti da giornalisti, non avessero motivi per stracciarsi le vesti, e tentare di farle strappare, e per gridare contro le malefatte altrui vere o presunte, non riuscirebbero più a campare. Campano, appunto, sulla zizzania. La zizzania e il loro grande e proverbiale "datore di lavoro". Non sta a noi estirpare la zizzania presunta o tale, tuttavia e lecito, e doveroso, cercare di sconfiggerla nell'unica maniera efficace: impegnandoci personalmente a seminare nella pazienza e a coltivare con passione tutto il bene possibile. Si dichiara che occorre odiare il peccato, lo sbaglio, e amare e rispettare i peccatori, coloro che sbagliano. Troppi esempi della storia, anche recenti, stanno a dimostrare che, nella realtà, le cose non sono così semplici. E ahimè, c'è sempre il rischio di togliere di mezzo le persone, senza naturalmente riuscire a correggere il male, il difetto, anzi rafforzandolo. Rimane l'ipocrisia più sfacciata: col proposito di colpire il male, sovente ci si sbarazza di ciò che dà fastidio, ci disturba, minaccia le nostre ambizioni, fa traballare i nostri piccoli troni o le nostre piccole poltrone. Si afferma che bisogna schierarsi nettamente, fare scelte di campo. Bisognerebbe ricordarsi che quanto a posizioni, prima che davanti agli altri, occorre prenderle all'interno di noi stessi, di fronte al male che ospitiamo e fagocitiamo dal nostro dentro... Il vero scandalo e quello off erto da chi pensa di dimostrare le proprie virtù denunciando le colpe altrui. Credono di essere fedeli, anche e magari, ad un codice deontologico perché si fanno investigatori delle infedeltà e dei "difetti" del prossimo. Per caso la pazienza non ha qualche grado di parentela con l'umiltà? L'ultimo dei novantanove "bei nomi di Dio" custoditi e professati dalla tradizione musulmana e il "Pazientissimo". Abbiamo imparato l'intransigenza. Non manchiamo di indignarci e di mugugnare, siamo campioni di sdegno; non potremmo in fretta e furia riparare con qualche lezione di sostegno che il nostro Dio, con la sua lezione di indulgenza, vuole darci insegnandoci che il male e il difetto altrui lo si combatte senza tregua solo con la benevolenza e con la dolce speranza? Ostinarci a guardare e denunciare chiassosamente il male, o presunto tale, che sta fuori di noi nel campo "nemico", significa spesso e sovente non vedere lo sbaglio, i difetti che affondano, indisturbatamente, le radici dentro di noi. Per caso, la tanto conclamata "completezza d'informazione" non dipenderà da qualcosa di più fondamentale, ossia dalla completezza di sguardo?

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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